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Amiche: una risorsa (Parte 1 di 2)

05 lug 2009

Scritto da jovanna

Mi dipingo le unghie, lunghe e affilate, di un color fucsia brillante, Viola è inginocchiata di fronte a me, mi sta spalmando su una gamba, una specie di sostanza calda e appiccicosa. Devo proprio farmi una ceretta per andare a un concerto rock? Pare di sì.

La stanza è un vero caos e io e Viola siamo in netto anticipo sulla tabella di marcia. Almeno per una volta.

Ho le gambe scottate in alcuni punti e Viola guarda con orgoglio la sua opera. Scuoto la testa, mi alzo e le sventaglio le unghie davanti alla faccia. Ci spariamo un paio di Gin prima di uscire? Senz’altro.

Io canto come un ossessa, tutto quello che passa sulla radio. Viola cammina nuda, con stivali e autoreggenti nere. Mi accusa pateticamente di averle rubato il perizoma con gli strass rossi. Mi chiedo se è possibile litigare con le tette nude, davanti alla mia faccia. Mi giro e le lancio il suo tanga che per uno strano scherzo del destino era avviluppato intorno al collare del micro cane della mia amica. Ho il Gin instabile in una mano, il mascara nell’altra.

Mi fisso, nuda dalla vita in su, davanti alla specchiera del bagno. Al concerto ci vado senza reggiseno, top nero e schiena in vista, seno in mostra.

Mi trucco e mi stiro i capelli, così sembrano più lunghi. Viola corre come un’invasata per la casa. Minigonna nera di pelle e naturalmente una delle mie migliori creazioni addosso. Il top che mi sono fatta appositamente per la serata con l’uomo dei miei sogni, ora uomo dei miei incubi, e passato a miglior vita, nelle braccia di qualche altra sfortunata, capace di raccogliere i pezzettini del suo cuore infranto.

Viola è molto bella, corpo perfetto, una piccola donna bambola, dalle labbra carnose e gli occhi da cerbiatta. La sua vocina stridula e civettuola mi dà sui nervi, ma questo è tutto. Il suo bellissimo seno è sempre in primo piano e i lunghi capelli ricci sono un argomento di conversazione. Se fossi un uomo potrei usarla per sesso, ma mi astengo come donna, non vorrei che si attaccasse a me più di quello che è ora.

Le chiedo di spalmarmi una crema brillante e dorata sulle spalle e la schiena. Viola inizia il rituale e mi cosparge con mezzo vasetto. Ride come una scema e mi spalma tutto l’ extra sul seno e la pancia.

Usciamo di casa, piuttosto brille e con l’adrenalina che pompa nelle vene. Sono riuscita nell’intento di stirarmi i capelli fino al raggiungimento della curva del sedere.

Sono veramente spettacolari. Tentacoli da medusa lungo la schiena nuda. Pantaloni superaderenti di pelle nera. Trucco drammatico da dark lady. Mia madre mi ha chiamato Mary, solo e semplicemente Mary, era a corto di nomi e di voglia dopo quattro figlie. La quinta sarebbe stata Mary e basta. Mi sono inventata un’altra vita e con quella un altro nome Aletha, la fidanzata di Mandrake, almeno credo. Aletha per tutti, in questo mondo.

L’accento yankee del fidanzato di Vi, mi accoglie, stridente nell’afa di questo profondo sud senza aria condizionata. Sul patio della casa di Bob ci sono tutti i suoi pesi e le sue macchine scassa muscoli. Mi pare sia un eccesso di zelo allenarsi a sollevare pesi in questa atmosfera oltraggiosamente calda. Bob ascolta qualcosa in cuffia e non ci vede arrivare. Canta e canta. Uno yankee nel paese delle meraviglie. Non conosco Bob se non per un incontro di alcune sere fa in cui Vi si era sentita in obbligo di presentarmi il suo miglior amico. Mi era piaciuto, Paolo, originale e affascinante, moro, occhi neri e penetranti, una barba disegnata col compasso intorno alla bocca, che scendeva sul mento. Parlava ad una velocità sorprendente col suo accento da Brooklyn decadente. In questo momento sono single e pervasa dalla voglia inusuale di restarci per un po’. Bob ci saluta e ci osserva con fare ironico.

La notte scende e le cicale cantano. Mi sento, così in piedi con Viola, senza priorità, una cicala umana. Lui è un bello spettacolo per gli occhi. Pettorali in vista, ben scolpiti, braccia enormi e gambe possenti che spuntano dagli short col logo universitario. Bob è un biondo algido, dai capelli a spazzola e la faccia pulita, senza ombra di rughette, mascella quadrata e denti perfetti. L’eroe della squadra di football, l’oggetto del desiderio delle cheerleaders. Il ragazzo della mia amica. Beviamo una birra ghiacciata , dal Kelvinator, un relitto di frigo abbandonato dai precedenti inquilini di questa ex villa, ora fatiscente reperto sul ciglio di una stradina fuori città. Viola tocca il petto di Bob e mi chiama per farmi sentire i muscoli pettorali. Avanzo incerta sui miei trampoli dai tacchi che si incastrano tra le assi malconce del patio. Sorrido e gli appoggio una birra ghiacciata su un capezzolo.

Vedo il suo corpo percorso da brividi e la sua mano afferrarmi. Mi strappa la bottiglia di Coors di mano e me ne versa un po’ nello scollo del top. I nostri occhi si incrociano e Vi decide che per questo non resta altro che la tortura. Bob si ritrova per terra con la sua ragazza a cavalcioni sul petto che lo blocca, e una quasi perfetta sconosciuta intenta a sfilargli i calzoncini. … (segue)

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