Ho tradito
19 ago 2007
Scritto da italiansexstories
Ti ho tradito una volta, lo sai. Una volta soltanto. Perdonami, ma tutto nacque perché sbagliai a confondere l’amicizia con il sesso. Dovevo prevederlo, fermarmi finché ero in tempo, ma da mesi la seduzione lavorava sottile. Ci scopristi che la tresca non era nemmeno iniziata. – Sapevo che sarebbe successo – dicesti, con la voce impastata dal vino. Fissavi il soffitto: lo sguardo vacuo, impietrito. Poi piombasti nel sonno, e rimasi io a fissare, in preda a una strana euforia. Senza accorgermene caddi addormentata, e non so quando mi risvegliai. Era ancora notte, silenzio totale. Senza più sonno, mi alzai in punta di piedi. Alla finestra, mi feci cullare dalla notte. Sarei un’ipocrita se dicessi che è stato soltanto un caso. Tutto iniziò con tenero bacio scambiato in un angolo, tu eri poco più avanti con gli altri. In un’altra occasione, come un uomo lo spinsi sul letto, sfregando il mio pube sul suo. Tu eri nella stanza vicina. Dopo fu lui a cercarmi. Avevamo passeggiato a lungo nel pomeriggio, e poi in casa, chiacchierato fino a tardi (tu, dov’eri?). La lampada era regolata su una luce soffusa, e le nostre figure si riflettevano come evanescenti ectoplasmi nello specchio dell’armadio. Capivamo che stava per succedere, ma non sapevamo come farlo iniziare. E ancora una volta fui io a spezzare il ghiaccio. Lo guardai di sbieco, con un luccichio invitante negli occhi, e un groppo alla gola. Presi per i bordi il suo maglione, e lo sollevai per sfilarglielo. Tu lo sai com’era, Leandro: me lo lasciò fare, come un bambino appena svezzato. Il suo viso riapparve sorridente. Sbottonai i piccoli bottoni della sua camicia. Tremavo leggermente. – Il resto è meglio che tu lo faccia da solo – sussurrai, mentre con un rapido guizzare di zip mi sfilavo i jeans attillati. Entrambi in mutande, ci fronteggiammo per qualche attimo. Abbracciavo con lo sguardo il suo fisico asciutto, il ventre piatto e le cosce atletiche e forti.- Allora? – ghignò, sbirciandomi di traverso. – Che ne dici di un “fuggevole amplesso?” – Mi uscì così, senza pensarci. – Accidenti, ed io che pensavo a una sbornia di sesso! – Quindi mosse quindi un passo, e poi un altro ancora. E mentre Leandro si chinava su di me baciandomi con trasporto, io accarezzavo la sua schiena e il suo petto. Le mie mani vagarono verso il basso e trovarono il suo sesso. Afferrai quel manico lungo e caldo. Gemette. Lo lasciai e mi sdraiai sul letto. Stavo per tradirti e mi aveva afferrato la pena. Combattevo tra il peccato e l’affetto. Ma ogni pensiero scomparve quando lui si sdraiò accanto a me e sentii il suo membro premere contro la mia coscia. Lo palpai ancora una volta. Era duro, duro come un oggetto. Sotto la pelle bruciante, fluiva impaziente il suo sangue. La mia mano si strinse più forte, mentre uno spasimo mi saliva dal profondo del corpo. Il desiderio mi percorse, facendomi rabbrividire. Spontaneamente mi uscì un suono roco. Dovevo darmi a lui, comprendi? Subito, prima che il rimorso mi bloccasse. – Vieni da me! Presto! Vieni! – lo spronai. Il movimento con il quale aprii le cosce, fu più eloquente delle parole. In un attimo, Leandro fu sopra di me. Il suo cazzo premeva e cercava l’accesso tra le labbra umide. Quando sentì il caldo bacio, emise un gemito represso. Alzai i fianchi e lo accolsi tutto. Il mio corpo giubilò quando spinse per la prima volta cercando le mie profondità più intime. Lo tenni stretto. Avrei voluto stare per sempre così, così penetrata e goderlo. Prigioniera della sua voluttà. Con forza si ritraeva e rientrava. Spingeva in profondità e si ritraeva velocemente. Di nuovo spingeva in avanti. Le sue spinte mi scuotevano la spina dorsale, in una sfavillante catena d’esplosioni di crescente piacere. Le sue mani artigliavano il mio culo, e lo sollevavano per agevolare i colpi. E godevo, godevo. Graffiavo la sua schiena, mi ancoravo a lui con le gambe, mentre i suoi fianchi veloci sfregavano contro le mie cosce e facevano divampare il fuoco. Mi sentivo squassata, violata. Mi piaceva così. Favorivo le spinte, strofinavo i miei seni al suo petto. Improvvisamente tutto il mio corpo sembrò divampare. Sentivo i suoi muscoli lavorare incessantemente. Giù e poi giù e ancora giù. Profondamente e sempre più in fretta. Le mie unghie affondarono nella sua schiena. Abbandonai il capo all’indietro e vidi suo il viso sopra di me. Leandro aveva chiuso gli occhi. Il piacere crescente gli faceva digrignare i denti. Era di là da ogni controllo. Avrebbe eiaculato in me. Oddio, e se avessi avuto un bambino da lui. No, questo no!. – Togliti! Togliti! – farfugliai. Ma ormai non era più nelle sue facoltà, e non potevo più fermarlo. Le sue braccia mi stringevano forte, ansimava. Tutti i suoi muscoli erano tesi. Con uno sforzo disperato mi sottrassi a lui. Il suo cazzo mi lasciò. Ed io mi sentii sconfinatamente vuota e defraudata. Il mio corpo seguì una sua propria volontà e si eresse per essere appagato. Allora si avventò contro il mio sesso richiuso, ritornò indietro. Mi assalì di nuovo, si contrasse in spasmodica voluttà, e ansimando rauco si abbandonò infine all’orgasmo. Lo abbracciai, mentre il fluido caldo scendeva tra le mie cosce serrate. Un triste vuoto si fece strada in me, insieme al rimorso cocente, al desiderio frustrato. Rabbrividendo mi strinsi nelle spalle. Avrei voluto piangere, il disprezzo di me stessa mi pervadeva in tutte le membra. Giacevo nel letto, bagnata di sperma. Avevo tradito. Il pensiero mi sembrava insopportabile. Vedevo i tuoi occhi buoni, che mi rimproveravano, la tua bocca aggraziata che mi sgridava. Il soffocante senso di colpa mi faceva inorridire davanti a me stessa. Mi compressi le tempie con le mani. La colpa era come un dolore e si ingrandiva sempre di più. Corsi nel soggiorno alla ricerca di un po’ d’alcool, con il terrore di specchiarmi in quello stato. Piangevo ancora quando gli dissi di vestirsi in fretta e di andarsene. Poi vinta da un totale sfinimento mi buttai sul letto ma non riuscii a prendere sonno. Era tardi quando tu facesti ritorno. Silenziosamente ti sentii aprire la porta. Io, immobile sul letto, strinsi gli occhi e feci finta di dormire. Due mesi dopo, successe di nuovo. Tu non c’eri, ricordi? Eri a Firenze, ti dovevi fermare una settimana. La sera stessa si presentò, e non gli dissi di no. Inarrestabile mi scopò per tutta la notte. Grida, sospiri, urla. In piedi, sul letto, sul tappeto, in bagno. Atti impossibili, misteriosi, sfrenati. Ancora mi chiedo se fu vera passione o soltanto ginnastica. Smettemmo che già si intravedevano i primi chiarori dell’alba. Quando nel primo pomeriggio, dopo una sostanziosa colazione, stavamo per ricominciare, un trillo del citofono ci fece sobbalzare. Mi alzai di scatto, allarmata. Un rapido rincorrersi di sguardi. Ma il panico era ancora lontano. In un lampo, raggiunsi la finestra che si affacciava sul portone. Ancora oggi ringrazio la tua abitudine di dimenticarti le chiavi. Mi voltai verso Leandro, il mio sguardo era fin troppo eloquente. Si appoggiò allo schienale del letto, l’aria afflitta e sconsolata sul viso. Attendeva l’inevitabile senza dir nulla. Nella stanza regnava il silenzio. La tua figura nella strada, rallentò i battiti del mio cuore. Poi, improvvisamente ti voltasti. Il mio cuore cessò di battere. L’auto di Leandro era posteggiata lì vicino, e ti stavi chiedendo perché. Gettasti uno sguardo all’insù. Mi ritirai di scatto, sbattendo contro il muro un metro più in là. Carponi, raggiunsi il letto. Nuda, come la vergogna, stampai la mia faccia sul cuscino, di botto, mentre nell’eternità piombava il silenzio cupo del dolore ed io cercavo nel vuoto le ragioni dell’atto. Laceravo la mente senza un perché. Di nuovo un trillo, stavolta più insistente. Un fremito mi scosse mentre lanciavo un grido veemente. Abbracciai Leandro in cerca di conforto. Ah, non l’avessi mai fatto. Come un fiore che si apre all’istante, mi afferrò un desiderio acre, bruciante. Ero attratta dall’abisso. L’immagine è vivida, stagliante. Afferrai quel manico floscio e in breve lo portai alla completa erezione. Lo montai con furia, senza dargli respiro. Dopo un nuovo squillo, un istante incantata, ripresi con rinnovato vigore. In me, albergava una cagna. Grida squillanti come aghi. Nel vuoto assoluto, ansimando, sentii anche lui venire.Non ci fu un altro squillo, ma un soave *plin plon*. Non più il citofono, ma il campanello di casa. Qualcuno bussava dolcemente. Eri lì, eri dietro la porta. Trattenni il respiro. Un’eternità, poi di nuovo il *plin plon*. Avevi capito. – Io apro – dissi a Leandro per farmi coraggio. – No – scattò lui con veemenza. Ma sapevo che ormai è questione di tempo. Attesi, paziente, che il tempo fluisse a combinare le cose. Mi alzai. In un attimo avevo indosso i miei jeans. Al nuovo *plin plon*, andai alla porta. – Entra Lavinia, dobbiamo parlare! – Gettasti uno sguardo di disprezzo a Leandro, il tuo uomo. E gli ordinasti di uscire. – Sapevo che sarebbe successo – dicesti. E poi a parlare e a bere come pazze. A ridere e a piangere insieme. Quando sono tornata nel letto, anche tu eri sveglia. Ci siamo guardate negli occhi. I tuoi erano brillanti. – Ti voglio bene! – hai esclamato d’un fiato. – E non mi importa se hai scopato con Leandro. Ci siamo addormentate felici, l’una nelle braccia dell’altra.
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