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Le corna (Parte 1 di 4)

06 mar 2010

Scritto da rosy

“Stronzo! ”
L’epiteto, appena sibilato, mi colpisce alla nuca mentre mezzo addormentato, uscito dalla metro, mi avvio alla fermata dell’autobus che mi porterà in ufficio.
“Porco maledetto! ”
Altro colpo alla nuca. In compenso, però, oramai sono quasi completamente sveglio.
“Pederasta! ”
Il desueto insulto, quasi urlato, mi costringe a voltarmi. Anche perché mi sembra di riconoscere la voce che lancia offese di prima mattina. Non mi sono sbagliato. La Giovanna, ufficio del personale, mi segue continuando ad inveire. Mi fermo un attimo e attendo che mi raggiunga.
- Non mi pare il caso di mettere i passanti al corrente delle mie qualità nascoste.

La battuta con cui la apostrofo sembra risvegliarla da una specie di trance. Per un attimo mi guarda senza riconoscermi ed ho la sensazione che uno schiaffo stia per partire. Ed invece realizza chi le rivolge la parola e una smorfia, che vuole essere un sorriso, allenta per un attimo la tensione del suo volto.

- Ciao. Non erano rivolti a te anche se, per pura appartenenza al genere maschile, te li meriti anche tu quei complimenti.

- Inutile chiederti come va – replico – sembri il dizionario ragionato degli insulti. Devi essere proprio arrabbiata anche se non capisco con chi tu ce la possa avere.

- Lascia perdere Stefano. Se solo tocco qualcuno stamani, lo avveleno.

Per la cronaca Stefano sono io. Quasi quaranta anni, single, anzi no, scapolo per scelta altrui, impiegato presso una società multinazionale con uffici nella profonda periferia romana, accidenti a loro: questo mi obbliga ad alzarmi tutti i giorni alle prime luci dell’alba, a farmi un bel tratto di metropolitana per prendere al volo il pullman della società che raccatta il sottoscritto ed altri colleghi per portarli al lavoro. Giovanna è una di questi colleghi, responsabile dell’ufficio del personale. Se mi chiedeste di descriverla confesso che sarei in difficoltà. Nel senso che ho presente solo una vaga percezione della sua persona: media statura, capelli di media lunghezza sempre legati o raccolti, un paio di occhiali se non brutti, sicuramente non belli, il più delle volte indossa degli austeri tailleur. La cortesia ci spinge a salutarci e le consuetudini aziendali a darci del tu anche se siamo l’uno per l’altro quasi degli estranei.

- E come se non bastasse – continua la Giovanna – abbiamo perso anche il pullman per il lavoro. Degna continuazione di una giornata del cavolo.

- Poco male – cerco di rabbonirla – si tratterà di aspettare cinque minuti e potremo prendere il pullman diretto a Latina che ci lascia davanti ai cancelli dell’ufficio. Si vede che non sei abituata a far tardi al mattino, a differenza del sottoscritto.

- Lo so! – risponde lei alquanto acida – Chi pensi che prepari tutte quelle belle letterine che ti rammentano che uno dei tuoi doveri è arrivare puntuale in ufficio? Tra l’altro non ti degni manco di rispondere.

- Senti, se serve a calmarti, mi vanno bene anche gli insulti. Ma se vuoi fare il capo del personale, ti prego di aspettare di essere arrivata in ufficio – replico seccato.

- Hai ragione, scusami. E che ho veramente un diavolo per capello. A proposito dell’autobus, mi sai dire dove posso comprare il biglietto?

- Lascia perdere ne ho per entrambi – mi viene spontaneo risponderle.

Nel frattempo abbiamo raggiunto il capolinea e le indico il bus che fa al caso nostro. Non è molto affollato e ci sistemiamo in posti diversi ma contigui. Rispetto a quando lanciava insulti all’indirizzo di chi non si sa, sembra si sia leggermente calmata anche se lo sguardo perso nel vuoto e una ritmica contrazione delle labbra fanno capire al resto del mondo che è ancora nervosa. Approfitto della sua disattenzione per guardarla meglio. Effettivamente sembra una perfetta impiegata, una zitella che ha votato anima e corpo al lavoro. Sarà perché è un po’ di tempo che vado in bianco, per cui la mia fantasia parte subito per la tangente ma, guardandola meglio, ho l’impressione che il suo aspetto esteriore sia volutamente tenuto anonimo. Una specie di recinzione issata tra lei ed il mondo a difendere chissà cosa. Saranno i suoi occhi color nocciola che pur nella fissità dello sguardo, lanciano lampi di fuoco. Oppure la dolcezza del viso inasprita dagli occhiali troppo grandi. O forse la dolce curva del seno che, ma tu guarda, deve essere più grande della media.

“Bastardo! ”

Arieccoci.

La curiosità ha la meglio sulla buona educazione e mi spinge a porgerle la domanda in maniera diretta.

- Scusa Giovanna, si può sapere con chi diavolo ce l’hai stamattina? è da un pezzo che continui ad inveire, va a finire che penseranno che tu ce l’abbia con me.

Di nuovo la sensazione che stia per mollarmi un ceffone. E invece, scoppia a ridere. E ride a lungo con una bella risata di gola che attira l’attenzione degli altri passeggeri. La mia espressione non deve essere particolarmente intelligente, stupito come sono da questo improvviso mutamento d’umore, e la cosa deve avere un effetto ulteriormente scatenante, visto che non riesce a smetterla di ridere. … (segue)

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