Le corna (Parte 3 di 4)
08 mar 2010
Scritto da rosy
“No, che stupida”, faccio, “l’ho lasciato in soggiorno” ed ho fatto per andar via. Incazzata come una iena ma senza dimostrarlo, mi sono voltata ed ho aggiunto: “Te lo puoi tenere, carina. Per quando torno vedete di andare a far porcate altrove”. Se fossi stata in teatro penso sarebbe venuto giù dagli applausi, tanto la scena è stata ben recitata.
- E dopo che hai fatto – chiedo con la bocca stranamente secca.
- Mi sono fatta a piedi i sette isolati che separano casa mia dalla fermata degli autobus, cercando, inutilmente, di far sbollire la rabbia. Ed ero ancora più incavolata perché mi sono riscoperta piuttosto eccitata dalla scena a cui avevo assistito. Ma ora sono abbastanza calma per poter affermare che il primo che incontro me lo scopo per una settimana, senza interruzione.
- Primo ! – lo strillo sembra quello di un’aquila ingrifata e le scatena una ulteriore risata rasserenante.
La nostra fermata arriva che lei ancora ride. Scendiamo e con quattro passi siamo all’ingresso dell’ufficio.
- Beh, buona giornata – le auguro – e ricordati che sono io il primo.
- Ma dai, mica facevo sul serio – replica.
- Ogni promessa è debito – e la lascio ad aspettare l’ascensore.
Certo che questa giornata è iniziata in modo strano. L’incontro con gli insulti di Giovanna prima, l’incredibile racconto delle attività del di lei marito con la sua cameriera poi, l’intenzione di farsi il primo uomo che avesse incontrato. Beh, il primo sono stato io, ero li mentre lo stava dicendo per cui se è una di parola … Non mi dispiacerebbe affatto un’avventura con Giovanna, mi sono fatto l’idea che sotto al suo aspetto quasi insignificante ci dev’essere qualcosa di molto interessante. D’altronde l’ultima mia scopata risale già a tre mesi fa, con la cugina di mia cognata, niente di cui andar fiero visto che la da via a chili.
Il mucchio di posta sulla mia scrivania mi salta all’occhio immediatamente. L’ufficio postale ha fatto gli straordinari, penso mentre faccio partire il computer. Non ho molta voglia di vedere chi scrive e rimando a dopo la pausa caffè la lettura della posta. Il bar aziendale è semivuoto e il caffè di Franco è meno peggio del solito. Scambio due chiacchiere con la cassiera, con cui tutti ci hanno provato ma nessuno l’ha sfangata, e me ne ritorno al mio posto di lavoro. Mi accoglie il telefono che squilla insistentemente e mi affretto per rispondere. Un cliente mi assilla con l’ennesima banalità. Poiché il cliente ha sempre ragione, visto che paga, non lo mando al diavolo ma, con estrema pazienza, gli spiego per l’ennesima volta, che il sistema informatico che gli abbiamo venduto non può preparargli anche il caffè: quello se lo deve preparare da solo. Un bip del computer mi segnala che è arrivata posta elettronica. Questo mi fa venire in mente che è arrivato il momento di aggredire il mucchio di posta tradizionale che mi sono ritrovato sulla scrivania. Altri clienti, alcune richieste di chiarimenti, un po’ di pubblicità e una lettera dell’ufficio del personale. Ancora un richiamo per i miei ritardi. Visto che anche di questo abbiamo parlato con Giovanna decido immediatamente di andare a parlarle.
La Bice, una delle colleghe del personale, mi sgrana gli occhioni, non è abituata a vedermi comparire per discutere i richiami che almeno una volta al mese mi invia.
* Ciao Bice, c’è il capo? – le chiedo.
* Certo che c’è, – mi risponde – ma sono certa che non crederà ai suoi occhi. Credo che oramai ti consideri un caso disperato.
* Mai dire mai, posso entrare ?
* Vai pure Stefano.
Busso con leggerezza alla porta. La voce di Giovanna mi esorta ad entrare. è seduta alla scrivania, il capo chino su un mucchio enorme di carte. Ha ancora la faccia severa di stamattina quando lampi di rabbia le saettavano negli occhi nocciola. Una cosa però è diversa: ha i capelli sciolti sulle spalle.
* Scusa, sono venuto per farmi infliggere le quaranta frustate previste per chi arriva tardi al mattino.
Alza la testa dalle carte e un simpatico sorriso le si dipinge sul viso.
* Oggi hai il potere di mettermi di buonumore.
* Meno male – sto per rispondere, ma il cicalino del telefono mi interrompe.
* Scusami Stefano – mi dice alzando il ricevitore.
La voce all’atro capo del telefono la fa sobbalzare, la rabbia ricompare sul suo viso indurendolo ancora una volta.
* Massimo, ti ho già detto di andare a farti fottere tu e la tua troietta. No, non mi calmo, sei un viscido serpente.
Capisco che è il marito traditore e faccio per tornare sui miei passi, lasciandola libera di prenderlo a parolacce. Un cenno con la mano e con gli occhi mi impone di restare e di mettermi a sedere.
* No, brutto figlio di puttana, non hai nessuna scusa. Un momento di debolezza un paio di palle, te la spassavi tutte le mattine con quella stronza della cameriera, appena la cornuta cioè io, andava fuori dalle palle. Ma ora basta e ti dirò di più, ho deciso di renderti pan per focaccia, ebete che non sei altro.
Mentre parla, si alza e gira attorno alla scrivania avvicinandosi a me.
* E ho pure davanti il tipo con il quale ti farò spuntare una paio di corna da cervo su quel testone da bamboccio che ti ritrovi.
La mano libera dalla cornetta, armeggia con la lampo dei miei pantaloni. Chissà perché in questo momento avrei voglia di guardarmi in faccia, deve essere uno spettacolo mica male. Mi ha abbassato anche le mutande ed è arrivata ad arraffare il pisello che in questo momento non sembra avere molta voglia di collaborare.
* Gliel’ho preso in mano e lo sto menando. è proprio una bella sensazione, cresce a vista d’occhio. Se penso a tutti i maschi che mi sono persa per esserti fedele mi viene voglia di assoldarne uno per fartelo mettere nel culo, frocio che non sei altro.
Abbassata com’è per massaggiarmi il cazzo, un paio di tette di tutto rispetto fanno capolino dalla scollatura e contribuiscono al completo risveglio del mio pisello. Lascia cadere la cornetta e senza mollare di masturbarmi incolla le sue labbra alle mie cacciandomi in bocca la lingua. … (segue)
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