Roby, una vera amica (Parte 1 di 3)
13 nov 2009
Scritto da jovanna
Sulla strada del ritorno da una riunione di lavoro, una notte di due settimane fa, mi squillò il cellulare.
Un po’ spaventato e preoccupato data l’ora (erano passate le 2) mi affrettai ad afferrare il telefonino.
Il display segnava un numero a me non nuovo, ma, in quella frazione di secondo, non riuscii ad individuare prima di rispondere chi potesse esserci dall’altra parte del terminale.
Risposi senza fermare l’auto, ma non riuscii a sentire la voce del mio interlocutore, tanto da dovermi fermare a tutti i costi.
Ormai col cuore in gola, riconobbi Roberta, cugina di mia moglie e mia amica da una vita.
“Ciao, Roby! Non ti sento bene. Come mai a quest’ora? “, dissi.
“è che sono sola: Mario è al lavoro, io non riesco a dormire e sono un po’ triste.
Anzi, ho bisogno al più presto di parlare con qualcuno”, mi rispose lei.
“Ho tentato di chiamarti perché so che spesso rientri molto tardi”, riprese.
“Mi hai beccato per un pelo, sono quasi a casa”, dissi io.
“Ma dimmi, dimmi tutto, cosa posso fare per te? “.
“Sono disperata, non me ne va bene una”, continuò quasi piangendo.
“Cosa non ti va bene? “.
“Tutto, guarda, proprio tutto”.
“Ma, no, dai! Non prendertela… “, cercai di tranquillizzarla.
“Come faccio a non prendermela, capitano tutte a me”, e scoppiò a piangere.
Mi resi conto che non potevo stare ad ascoltarla ancora per molto, al telefono.
La batteria era quasi scarica.
E stare alle 2 di notte fermi sul ciglio della strada per telefonare non è che sia molto simpatico.
In un attimo mi vennero in mente i momenti vissuti quando ero a fare il militare, almeno nove anni fa, quando, proprio lei, mi scriveva almeno due lettere alla settimana, raccontandomi le sue gioie, i suoi dolori, le storie di una ragazzina innamorata, insomma.
Mi ricordo che le rispondevo mettendoci tutto me stesso, perché proprio là, in caserma, leggendo i suoi scritti, ero riuscito ad innamorarmi di lei.
Glielo avevo più volte fatto capire, ma lei mi rispondeva sempre che la nostra amicizia era bella così ed il fatto di “approfondire” il nostro rapporto la spaventava, temendo di perdermi.
Lei era pazzamente innamorata di Mario, colui che sposò qualche anno dopo. Io, sia prima che dopo il suo e il mio matrimonio (finìi col sposarmi sua cugina), non smisi di desiderarla e lei lo sapeva.
Quella notte, dunque, lei era al telefono con me. Non era mai capitato prima, sul cellulare e a quell’ora.
E in un batter d’occhio mi resi conto che non si trattava di un’occasione da buttare, nonostante le mille paure che, nello stesso tempo mi affliggevano. Deciso come non mai, le dissi:
“Su, non piangere, vengo io ora da te”.
E nel pronunciare queste parole mi resi conto anche del rischio che avrebbe scatenato un putiferio (ho pensato: adesso pensa che voglio andare a casa sua per scoparla).
L’avrà anche pensato, ma alla mia proposta rispose tranquillizzandosi:
“Ok, ti aspetto. Fai presto! “.
Non mi rendevo conto di ciò che mi stava succedendo: la ragazza della quale sono sempre stato innamorato mi telefona sul cellulare alle 2 di notte ed ora io sto andando da lei, a casa sua, da sola.
Misi la freccia a sinistra e sgommai senza guardare nemmeno nello specchietto.
Ora, cosa fare?
Avvertire o no, mia moglie?
E se poi mi scopre?
Ma no, come fa a scoprirmi…
E se mi chiama sul telefonino?
Beh, le risponderò che sono ancora in riunione.
E se torna Mario?
Ma va ! Ha detto che si trovava al lavoro.
E arrivato là cosa faccio?
Già, lei non mi ha chiamato per andare a casa sua a scoparla, ma solo a parlare.
Va bè!
In un baleno mi trovai davanti a casa di Roby.
Non dovetti nemmeno suonarle al citofono perché lei era là, affacciata alla finestra ad aspettarmi.
“Ciao! “, le dissi col cuore in gola.
“SSSS! “, esclamò lei.
Non mi resi conto di trovarmi nel bel mezzo di un centro abitato, senza anima viva in giro, in piena notte.
Ed in quella stagione (eravamo a metà luglio) le finestre sono tutte aperte…
“Entra! “, mi disse sottovoce.
Era bellissima, come sempre. Indossava una canottiera rosa ed un paio di pantaloncini bianchi.
I suoi lunghi capelli erano legati a treccia ed il suo profumo quello di sempre.
Una volta entrati in casa mi fece accomodare sul divano del soggiorno. Iniziò a parlare mentre io non staccavo i miei occhi dal suo corpo.
Notai che aveva ancora gli occhi gonfi.
Poco prima aveva pianto, al telefono.
Solo in quel momento iniziai ad ascoltarla.
Beh, i suoi problemi erano quelli di qualche anno prima.
Con la differenza che allora era solo fidanzata ed oggi è sposata.
“Sai, penso che Mario si veda con un’altra”, mi disse.
“Ma va! “, risposi io.
“L’hai forse visto, te l’ha detto qualcuno o è pura immaginazione? “.
“No, no. Me lo sento. Ultimamente è diverso: parla poco, è sempre nervoso e sta sempre meno in casa con me”.
“Beh, sarà qualche problema sul lavoro o con qualcuno, non credi? ”
“è diverso anche a letto. Pensa solo a se stesso e molto spesso mi tratta come una puttana”. … (segue)
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