Un compleanno un po’ movimentato
31 ago 2007
Scritto da italiansexstories
La rossa telefono’ una ventina di giorni dopo. – Ti abbiamo perdonato, – confesso’. – Anch’io – ammisi. – Puoi venire a trovarci stasera se vuoi, se ti va. Capii che alludeva a se’ stessa. Mi andava, eccome! M’era rimasto nel gozzo quel lavoro di bocca appena accennato e lascia to perdere li’, all’inizio. Aveva una bella bocca, la rossa. Larga, labbroni imbroncia ti, denti splendidi. La pelle, un piatto di lenticchie. Il corpo, una tavola mal piallata. La bocca: un miracolo. – Mi va, certo, – ridacchiai. – A letto sei eccezionale. – Solo a, letto? – Aspetto di conoscerti meglio per pronunciarmi. Comunque sei brava anche a parlare. Le porcate le sai dire meravigliosa mente – Ah! Ah! Ah! – C’hai la predisposizione a dire le porcate! Sicuro! – Allora vieni? E’ alle nove. – Alle nove, si’. – Ehi! Niente colpi di testa, ho garantito io per te. – Tranquilla. Non sono un piantagrane. – Ciao, allora. A stasera. – Ciao. – A proposito, mi chiamo Lucia. – Ciao Lucia! – Ciao. Mi misi in ghingheri e alle dieci in punto ero sotto casa della bella. Mi venne ad aprire lei in persona. Entrando notai subito che erano ancora indietro con la faccenda, molto piu’ in dietro dell’altra volta. Per quanto avessi cercato di fare tardi, ero arrivato troppo presto. – Bisognerebbe scaldare l’ambiente, – commentai, – o qui facciamo giorno senza aver combinato niente. – Si scaldera’, non ti preoccupare. – Non vedo molte maschie, come mai? – Ah! Ecco, e’ una serata particolare. Sorrise. Sorriso radioso. – C’e’ anche la tua amica. – Ah! – feci. – Capisco. Pausa. – Che intendi per “particolare”. – Beh, la serata della riconciliazione… con voi due! Voi fate i bravi e noi dimentichiamo che cattivelli siete stati. Cominciavo ad afferrare. Morso di gelosia. Lasciai perdere. – Vero che non farai storie. Sguardo inquisitore di Lucia. – Chi? IO? Son venuto solo per te, gioia, solo per constata re se la bocca di sopra vale quella di sotto. – Vale di piu’, credimi. Arrivo’ altra gente e Lucia fu costretta da allontanarsi. L’atmosfera, come aveva promesso, inizio’ a scaldarsi dopo pochi minuti. Alcune coppie si appartarono negli angoli bui e i sospiri e i baci cominciarono a far da sottofondo alla musica soft che aleggiava nell’aria. Entro una mezz’ora gli angoli bui esposero il cartello del tutto esaurito. La rossa torno’ da me. – Vieni? – chiese. C’era bisogno di domandarlo? Andai con lei. Mi porto’ di nuovo nella stanza dello specchio. Udii varie voci, poi una risa ta collettiva. – Spogliati, – esorto’ Lucia. – Su, che aspetti. Mi spogliai. Non appena fui nudo lei sciolse un fiocco sulla cintura e l’abito si apri’ e cadde in terra. Sotto era meraviglio samente nuda. – Qua! – ordinai afferrandola. Fece cenno di no col dito, le labbra imbronciate. – Niente fretta, non c’e’ propio motivo di avere fretta. Me lo prese in mano. – Ma quanto e’ impaziente, lui! – esclamo’ compiaciuta. – Imponigli di stare buono. – Provaci tu se ci riesci. Ma che non lo sai che brutto carattere ha? che non accetta ordini da nessuno? – Oh! si’, e’ un vero bruto! – Puoi tentare con le moine. A volte ci si riesce ad amman sirlo. Si lecco’ le labbra. – Si’, e’ vero. Con le buone. Ho un trattamento tutto speciale che vorrei provare. Che ne dici, tentiamo? La baciai. Mi succhio’ il labbro superiore. Ancora voci di la’. D’improvviso silenzio. Lucia si stacco’ e apri’ la tenda che copriva lo specchio. Vidi un sacco di uomini nella stanza. Bei maschi. Guardavano tutti in un’unica direzione. La porta. Sulla soglia c’era Luisa. – Uhm! – fece Luisa. – Sempre esagerati da queste parti. E sempre piu’ esagerati! – E lei? – ebbe a che ridire la rossa, – lei non e’ esagera ta? ad accettare di incontrarsi con tutti questi uomini? Chissa’ perche’ la parola “incontrarsi” mi suono’ piu’ oscena che se avesse “farsi scopare” o qualcosa di simile. Forse perche’ metteva meglio in risalto il senso della frase. Era il senso ad essere posto in primo piano, non l’irruenza d’una parola. Luisa questa volta, fatta edotta dagli avvenimenti di venti giorni prima, era vestita sportivamente, contrariamente a me che mi ero messo in ghingheri. Un maglione verde che sottolineava l’enormita’ delle tette e una semplice gonna, che le fasciava i fianchi opulenti. Semplici e pratici. Facili da mettere e facili da togliere. Il meglio. Gli uomini se la mangiarono con gli occhi. – E tutti questi maschietti, – continuo’ Luisa guardandosi intorno con alterigia, – devono bastare per una sola femminuccia? – Ti sembriamo troppi? – chiese qualcuno, tono sfottente. Luisa ebbe un sorriso furbo. – IO non mi lamento. E voi? Neanche loro si lamentavano, chiaro. Finche’ fossero riusciti a farla lamentare e torcere, finche’ ci fosse stato posto per i loro cazzi e il loro sperma, non avrebbero avuto nulla da obiet tare, nulla di cui lamentarsi. Bastava che si adoperasse per reggerli e fossero stati pure il triplo, se ne sarebbero infi schiati. Anzi, avrebbero provato pure piu’ soddisfazione. Piu’ soddisfazione nel farsi collettivamente quella stupenda macchina di sesso che era Luisa. Lei fece un passo in avanti nella stanza, un secondo. Compi’ i due passi con andatura lenta, maestosa. Si umetto’ le labbra. Capii che trovava difficile continuare a scherzare. La conoscevo, la conoscevo bene. La cosa stava diventando troppo seria per lei. Sapevo come fosse facile nel partire per la tangente e mettersi a miagolare, a pregare di farsi sbattere. Ma, sebbene la conoscessi, non credevo ai miei occhi. Non la facevo capace di andare incontro a una turba di maschi nudi e mettersi a scherzare su quello che avrebbero fatto insieme. Ne’ lei, ne’ nessun altra. – Scommetto che vi piace, – prosegui’ con voce turbata. – Scommetto vi piace un mondo mettervi in tanti contro una sola. Diede uno sguardo panoramico nella stanza. – Gesu’, ma sarete piu’ di venti! – esclamo’. Rendendosi pienamente conto divenne leggermente pallida. – Piu’ di trenta, – preciso’ quello che aveva parlato prima. Esattamente 34. Quanto sono i tuoi anni. – Ohooo! Non sono cosi’ vecchia. – Questo e’ quello che ti piacerebbe far credere. Pero’ e’ cosi’, 34 anni, abbiamo verificato. – Non siete mica stati dei gentiluomini, sapete. – Beh, questa e’ la tua festa. – Ma siete troppi! Che ci faccio con tutta questa roba? – Non hai sufficiente immaginazione per capirlo da sola? – Ma guarda che troia! – esclamo Lucia. – Ma se lo sapeva benissimo! Ma se eravamo d’accordo su tutto quanto! – A me aveva detto di averne ventotto di anni. – Anche a noi. Ma tu credi che sia per questi 6 in piu’ che si formalizza? – Mi avete sentito? – aveva ripreso intanto Luisa. – A me bastano una meta’, per togliermi lo sfizio. Una quindicina, dicia mo. Gli altri possono andarsene. – Troia! – insistette Lucia, in tono tra l’ammirato e l’in vidioso. – Puttana! – le feci eco. – Non me la sarei mai immaginata sotto questo aspetto. Non si scherniva la porca. Discuteva sul prezzo. Non perche’ volesse veramente lo sconto, ma per rendersi conto di quello che le toccava, sottolienandolo e pregustandeselo. E in piu’ provocava i maschi, con una esibizione mista di sfacciataggine e finta moderazione. Cuoceva i maschi a fuoco lento. Come cuoceva me, che non ce la facevo piu’ a starmene nei calzoni, e il cazzo aveva preso a vibrarmi all’impazzata. Sensibile lui, il porco, a certi argomenti. – Lucia! – invocai. – Ancora un attimo… Anche lei era affascinata dallo recita. Eggia’, che’ c’era da imparare un sacco nell’osservare quella gran puttana di Luisa all’opera. Gli uomini ne ebbero abbastanza d’essere provocati. Si mos sero all’unisono di un passo verso Luisa la quale, benche’ spaven tarsi, si mosse anche lei, ando’ loro incontro, l’espressione superba, le narici frementi, con movenze misurate e lente. – Nessuno andra’ via, – affermo’ un secondo uomo quando ebbero la donna vicinissima. – Ci dovrai subire tutti e 34, dal primo all’ultimo. Luisa divenne ancora piu’ pallida, ma quando parlo la voce risuono sicura. Roca, ma sicura. – Non crederete mica di impressionarmi, vero? – Mamma mia! E che cosa la puo’ impressionare, allora? – commento’ Lucia. – Tu, – intervenni, – tu ti faresti impressionare? – Che discorsi! Trentaquattro maschi! Chi non ne sarebbe impressionata. – Luisa non lo e’! – Lo e’, lo e’, non dar retta. Ma e’ anche abbastanza porca da lasciaci eccitare dalla cosa. Tanto eccitare da mettere da canto ogni possibile impressione. Tu che la conosci dovresti saperlo meglio di me. – Io la conosco solo a letto con me; fuori da questo letto, mi rendo conto, non so proprio chi sia. – Eccola, non la vedi? Una gran porca! Una divoratrice di maschi! – E tu, non sei anche tu una gran porca? Non lo faresti anche tu, se ti capitasse l’occasione? – Io? – Balbetto’. – A me non mi vorrebbero… Sguardo smarrito, innocente. Puttana! Anche lei desiderosa di farsi sbattere da tanti? Il cazzo si agito’ in pieno furore. – Che ne sai? Io dico che ti vorrebbero, e come. – A certo no in cosi’ tanti! – In quanti allora? – Ma che ne so? Come faccio a saperlo? Ch’io sappia, per questo genere di faccende, i maschi preferiscono le bonone come la tua Luisa, dove c’e’ un sacco di roba da afferrare, con cui trastullarsi. E poi perche’ ti da l’idea che ci voglia molto a consumarla. Ma con una seccaccia come me? Penserebbero di sfa sciarmi in un amen! Ma poi, infine, tu come uomo, dovresti saper lo meglio di me in quanti mi vorrebbero! – Io dico in parecchi. E dico pure che anche tu l’hai fatto. – Ma che dici? – L’hai fatto, si’, sono sicuro. Non sei il tipo che si fa scappare le occasioni. E poi qui, comandi tu, non credo proprio che le porzioni migliori siano esclusivita’ delle ospiti. – Beh! – fece lei. – Insomma, l’hai fatto! – Non con cosi’ tanti. – Porca! – Non una cosa esagerata cosi’, no! – Troia! – Ti assicuro non piu’ d’una decina… – Ah! – Dieci sono piu’ che sufficienti per avere una esperienza del genere, se la desideri o ne sei anche solo curiosa. – E allora perche’ a Luisa… – Perche’ un sacco di maschi si era messo in lista e nessuno era disposto a rinunciare. – E lei, Luisa, lo sapeva? – Certo, cosa credi? Non glielo abbiamo detto esplicitamen te, ma glielo abbiamo fatto capire. Io stesso, per telefono, le ho detto, “c’e’ gia’ una lista lunga un chilometro”, e lei per tutta risposta, mi ha elargito di una grassa risata. Altro che non volere! Ci ha un gusto matto, la tua amica, nel sapere in quanti la vogliono! – Beh! – commentai. – Vanita’ femminile. – Ma che vanita’ e vanita’. Questa e’ semplicemente fame di cazzo, ecco tutto! Non resistetti piu’. La baciai sulla bocca. Ci attardammo in dolci giochini di lingua. – Sei cotto, eh? – constato’ staccandosi. – Sono cotto, si’, percio’ succhiami. Succhiami o mi faccio da solo! – Fammi guardare ancora un po’. Non ti tira proprio guarda re? Al contrario, Mi tirava troppo. Ed ero quasi in procinto di schizzare nei calzoni. Tuttavia mi rassegnai ad affrontare il pericolo. Guardai. Guardammo. Luisa e i maschi l’avevano finita con i preliminari verbali e avevano iniziato ad andare al sodo. Due di loro l’aiutarono a sfilarsi il maglione (niente reggiseno, sotto). Le tette, enormi, danzarono libere nell’aria. I maschi commentarono la danza con ululati di gioia. Un sacco di roba buona, roba per tutti! I commenti tipo “che sorca!”, “che gran fica!” si sprecaro no. Erano tutti tipi navigati li’ dentro, ma al cospetto della roba buona che sfoggiava Luisa strabuzzavano gli occhi come tanti principianti. – Aspettate di vedere il resto, – masticai rabbioso tra i denti. Sarebbe capitato un infarto a qualcuno, probabile. – Ti scotta parecchio, eh? Non risposi. La gonna di Luisa era caduta in terra e la svergognata aveva pensato bene di non infilarsi le mutande. Il pelo lo si pote’ misurare a palmi. Credetti che le sarebbero saltati addosso tutt’insieme , per violentarla li’ per li’, senza tante altre cerimonie. invece ammu tolirono. Anche Lucia ammutoli’. Mai visto niente del genere. Neppure immaginato. Coscie, culo tette, pelo, tutto era spropositato, ma ben fatto e le singole parti proporzionate tra loro. – E’ bellissima, – ammise Lucia piena di invidia. – Sembra una statua. E’ semplicemente magnifica! Bella e provocante. E’ proprio fatta per tanti! La spinsi giu’ pressandola per le spalle. Resistette. Voleva guardare ancora. Spinsi piu’ forte. Fu costretta a scendere. Quan do ebbe il mio cazzo a pochi centimetri della bocca e lo vide in che stato era, un po’ per gola, un po’ per pieta’, non si fece pregare ulteriormente: lo imbocco’. Gemetti. Lei chiuse gli occhi e assunse um’espressione tutta sua, tra il superbo e il saputo, come per dire, questo e’ niente, vedrai fra poco, e inizio’ a suc chiare e muovere la testa. – Ferma! – la pregai. – Limitati a tenerlo in bocca, per piacere. Altrimenti vengo e mi perdo il meglio dello spettacolo. Luisa di la’ continuava a crogiolarsi sotto lo sguardo dei maschi. Teneva le braccia alzate e si esibiva tutta, con una volutta’ e una impudicizia senza riserve. Erano momenti eterni per lei, momenti fugaci di estasi consapevole, belli ma tanto diversi da quelli che sarebbero seguiti e che desiderava prolungare il piu’ possibile, perche’ erano gli unici che non potesse ripetere, gli unici che le spettassero una sola volta, la prima, per poi dissolversi nell’incalzare degli orgasmi. Sotto lo sguardo delle decine di sguardi, avvolta nel loro desiderio denso, quasi corpo so, Luisa ansimo’ felice, emise alcuni dolci gemiti che parvero un’invocazione e quasi un pianto. Il petto le si gonfio’ per uno spasimo, un singulto e le tette apparvero ancora piu’ enormi. I secondi trascorsero lenti, parvero secoli e il richiamo di Luisa si accentuo’, venne esplicitato con parole. – Scopatemi, – invito’ con semplicita’, in tono quieto. – Sono pronta. Pausa. – Si’, – affermo’. – Ne ho proprio voglia. Voglia di tutti voi. Voglia di tutti gli uomini della terra. Gli uomini non si mossero, totalmente dominati. Si mosse lei. Getto’ le braccia al collo del primo che le capito’ e le si incollo’ addosso. – Comincia tu, – disse. – E poi tutti gli altri. Tutti, tutti. Una marea di cazzi tutta per me! Ossi’, l’ammetto, non mi importa siate cosi’ tanti, anzi, sarei stata meno eccitata se non fosse stato cosi’. Bacio’ colui che aveva prescelto. Molte mani la toccarono. L’abbraccio si sciolse. Luisa fu spinta verso il divano. Le af ferravano le carni della schiena e la spingevano. Giunta in pros simita’ del divano Luisa si impunto’. Si divincolo’, parve spaurita. Nascose le grandi tette con i palmi e parve smarrirsi. Ma sorri deva. – Fate i bravi, eh? – raccomando’ con voce soffocata. – Fate i bravi. Fu afferrata. Con ferocia, ora. Le tolsero le mani dalle tette e gliele coprirono con le loro. Non una sola mano per tet ta, ma due/tre insieme. La carne fu afferrata e strizzata. Nuove mani la cercarono altrove. Intorno era tutto un turbinio di mani che impugnavano sessi, tutti quanti tesi verso la donna e pronti ad eruttare. I piu’ fortunati che stavano dappresso glielo strofi navano sulla pancia e sulle coscie e intanto andavano sussurran dole parole di fuoco nelle orecchie. Luisa , vinta, chiuse gli occhi. Si lascio’ cadere all’indietro. Cadde. Si sdraio’ sul divano e riapri’ gli occhi. Torno’ a coprirsi i seni con le mani. lentamen te, guardando fisso’ i maschi che incombevano sopra, apri’ le co scie. Dalle labbra le usciva un lamento leggero, come una richie sta di conforto e protezione. Poiche’ non ne poteva piu’, non piu’ capace di restare vuota, di procrastinare l’avvenimento. – si’, si’, – smanio’. – Quanti cazzi, quanto desiderio! Tutti duri, eccitati… su, venite, vi voglio tutti, voglio essere di tutti. Chiamate altri maschi, che vengano, che mi guardino, che vedano come sono. Ossi’ una puttana, la piu’ grande di tutte. Vo glio farmi fare da tutti i maschi del mondo! Uno dietro l’altro, per sempre! Su, avanti, fottetemi, non fatemi aspettare ancora! Fu subito accontentata. Un bel giovane atletico, sicuramente quello prescelto, si inseri’ nell’inforcatura delle coscie. Un attimo. Poi sentimmo l’urlo di Luisa. – Voglio vedere! Voglio vedere! – protesto’ la rossa abban donando il pisello. Si alzo’. Non c’era piu’ niente da vedere: O quasi. Solo culi di maschi che facevano mucchio intorno, e il brulicare dei corpi, i gemiti, le invocazioni. Lucia sorrise, ammicco’, mi guardo’ negli occhi. I suoi bril lavano. Di la’ Luisa gemeva indecorosamente. – E’ una cagna la tua amica, – affermo’. – Una vera cagna. Mi infilo’ la lingua in bocca. Anche lei era una cagna, ma evidentemente non abbastanza. Percio’ non parlava per insultare, ma come per una sorta di volonta’ di autoedificazione, per memo rizzare come/cosa fosse una donna di temperamento e quale fosse l’esempio da seguire. – Vieni, – continuo’ staccandosi. – Sistemiamoci qui. Ci sistemammo dove diceva. Su un tappeto alto una spanna. Roba fine; o meglio, costosa. Tutto quello che avevo intorno sapeva di danaro, di molto danaro. Anche la faccenda che si svol geva di la’, per come si svolgeva, sapeva di danaro. Solo una donna ricca, o al seguito di ricchi, puo’ togliersi certi sfizi senza finire male. Col danaro si compra tutto, anche i sogni e le utopie sessuali. Questa non e’ una casa, pensai, ma una banca! Lucia si accuccio’ di nuovo ai miei piedi e me lo prese in mano. – In bocca, neh? Vero che vuoi schizzarmi in bocca? – In faccia, – ansimai. – Anche in faccia. – Massi’, sulle tette, in faccia, dappertutto! Provo’ a darmi qualche colpettino di lingua d’assaggio sulla punta. Mi fece torcere. – Ma come siamo sensibili! Come siamo su di giri! L’altra mano scese tra le sua stesse coscie e prese a stuz zicare la cosina. – Guardami, – imploro’ iniziando a smaniare. – Guarda come mi faccio. La guardai. Niente male. Un sacco di sentimento ci metteva, un sacco di passione. Una masturbatrice nata, era. Una stupenda autoerotista. – Ti piace guardare una femmina che se la mena? Di’, ti pia ce? Mi piaceva eccome! Diavolo se mi piaceva! Troppo mi piaceva. – Piano, – invocai. – Altrimenti vengo subito! – Lo so, lo so che sei pronto. Per questo rinuncio a farmi scopare. Con la topina non farei neppure in tempo a sentirlo. Con la bocca invece mi godro’ il sapore! – Ohooo! – feci mentre lei accelerava il ritmo. Sollevo’ le sopracciglia in un gesto che ormai mi era diven tato consueto. – Che bel cazzone hai! E come vibra! Lo lascio’. Il cazzo si mise a tremare. Rise. Spalanco’ la bocca. – Aham! – fece. Lo inforno’ tutto. Tutto quanto pote’. Basto’. Grugnii. Prima che iniziasse a succhiare le schizzai dentro. Uno schizzo denso, bruciante. La testa rinculo’. Una cannonata era stata. Non mantenne la promessa di darmi anche la faccia. tutto in bocca volle. Se lo lavoro’ con le mani, lo spremette, ma mai nep pure per un istante lo fece uscire dalle labbra. Degluti’ vistosa mente piu’ volte. Io non facevo altro che venire e guardarla a occhi sbarrati. Stupendo. STUPENDA. Mi diedi senza riserve. Le diedi tutto quello che avevo, tutto me stesso. Una venuta formi dabile. Una venuta irripetibile. C’era tutta quell’eccitazione precedente dietro; e c’erano tutti quei versi che giungevano dalla stanza accanto, le scene concitate che di tanto in tanto rubavo con gli occhi. E lei, Lucia, che mi lavorava con perizia e con passione. Di tanto in tanto sollevava gli occhi e mi fissava come per chiedere assenso, o come per dire “guardami, guarda cosa ti faccio e quanto sono porca!”. Ad ogni schizzo fremeva e reagiva con un affondo di testa. gemeva, mugolava, dava in smanie. L’altra mano intanto andava rapidissima tra le coscie. A un certo punto si inarco’. Era toccato anche a lei. Lascio’ il pene e getto’ la testa all’indie tro, un rivoletto perlaceo che le scendeva dall’angolo della bocca. Aveva le labbra lucide e se le lecco’. – Ohooo! – emise. Un “ohooo” lunghissimo ed estasiato. Continuo’ per un bel pezzo, sempre sulla medesima nota, fin che’ non ci ritrovammo ambedue sdraiati sul tappeto, lei col capo poggiato sul mio petto, la bocca semichiusa che lasciava uscire qualche goccia di liquido, io che le carezzavo la schiena mormo rando il mio piacere e apprezzamento. Dopo qualche attimo si riscosse. Lappo le poche gocce cadute sul petto e sali’ per baciarmi. – Mi piaci, sai? – disse con la sua voce profonda da con tralto. – Anche tu, – risposi. Ed era quasi vero. – Baciami, – ordino’ in tono perentorio. Non mi lascio’ il tempo di ubbidirle. Mi bacio’ lei. Mi frugo’ a lungo con la lingua, una lingua sapida di sperma e si riaccese. Si stacco’, fece fuoruscire dalle labbra un piccolo sorso residuo di sperma, tanto per mostrarmi come ci fosse e torno’ a baciarmi. – Quanto mi piace questo tipo di baci, – ronfo’. – Mi fa andare fuori con la testa. Presi io l’iniziativa di baciarla ancora. Piaceva anche a me quel tipo di bacio. Anche a me dava alla testa. Il cazzo si into sto’. – E’ buono il sapore? E’ buono? – chiese. Le infilai il cazzo dentro. La rovesciai sotto. Mi allaccio’ con le coscie e disse “si’” qualche centinaio di volte consecuti ve. Duro’ una decina di minuti, al piu’. Venne una seconda volta, Poi una terza. Una quarta, una quinta… di la’ il baccano aumen tava. Luisa strillava come una pazza. Urlava, invocava cazzi, sempre nuovi cazzi, che si sbrigassero, facessero piu’ presto, eccetera. Pretendeva, altroche’. Ruggiva. Era una tigre, lei, una tigre che stava sbranando le sue prede. Solo che erano troppo per poterle mangiare tutte. Troppe anche per la sua fame. Ma lei, come molte tigri, non uccideva solo per fame. Uccideva per il piacere di uccidere. O meglio, la tigre uccideva esseri viventi. Luisa uccideva cazzi duri, li rendeva molli. Ascoltandone i versi mi scaricai anch’io. Dio buono! mi parve di svenire! Due tanto ravvicinate non mi era mai capitato di farne. Lo credevo persino impossibile. E invece eccole, li’ pronte a dimostrarmi la loro reale fattibilita’. Beh, c’era da ricordarsene e tenerne conto. Non si poteva mai sapere nella vita quali occasioni potevano capitarti e a quali rinuncie potessi, per ignoranza, assoggettarti. Magari incontri una, hai mezz’ora di tempo, le vieni tra le mani e la fai gridare di rabbia e frustrazione. Anche tu sei frustrato. Umiliato e confuso. Invece, ecco, lo sai, puoi tranquillizzarla. Niente paura, piccola, un quarto d’ora al massimo e ti dimostrero’ che non sono ingrato. Cademmo ambedue in deliquio, dunque. Ma non vi restammo a lungo. Il baccano dall’altra parte, che non accennava a diminui re, ci costrinse a riscuoterci dall’apatia del dopo orgasmo. Piano piano, lentamente ci riprendemmo. Luisa, scosciata e rauca, gli davano dentro come all’inizio. S’era fatto un po’ di largo nella ressa e lo potevo vedere andare coi fianchi con un entusiasmo e una avidita’ straordinarie. E ora li agitava lenta e voluttuosa, ora frenetica fino all’isteria, ora giaceva ansimante, torcendosi, lanciando invocazioni varie ai maschi e ai loro arnesi. Non si metteva mica soggezione a chiedere di essere fatta e rifatta, sbattuta e scopata e riempita di cazzi e di sborra. E come ruggiva! Come graffiava! Si’, una tigre era, una meravigliosa macchina per fottere! – Andiamo, – esorto’ Lucia. – Vi sono altri a cui piace guar dare e non sarebbe giusto tenere la stanza solo per noi. Gia’, il posto era piccolo, troppo piccolo per ospitare como damente piu’ di una coppia. O due al massimo. Andammo di la’. Andando mi accorsi delle gambe, che tremava no. Anche la rossa se ne accorse. Si fece un sacco di risate. – Vedete come l’ho ridotto? – disse mostrandomi agli astanti con voce piena di orgoglio. – Non si regge piu’ neanche in piedi! Le donne mi guardarono tutte contente. Ci provavano gusto a spremere al maschio tutto quello che aveva da dare. Era il loro modo di metterci sotto (ed avere conferma del nostro apprezzamen to). Spremendoci al massimo avevano la prova di come ci tenessero in pugno, noi poveri tapini assatanati di sesso, e di come al dunque il sesso forte fossero loro, proprio loro, povere e indi fese! Nel salone la maggior parte delle coppie erano omosessuali. Donna con donna. Belle fiche, ma trascurate. La massa dei maschi disponibili era di la’ con Luisa, per sbattersela come meritava. Al momento ero l’unico maschio presente in mezzo a un coro d’una dozzina di donne. Ne chiesi conto a Lucia. – Beh, – rispose. – I cazzi sono tutti monopolizzati dalla tua fidanzata. – Non e’ la mia fidanzata, – replicai irritato. Ebbe un sorriso sardonico. – Cioe’, – mi corressi, – non lo e’ piu’. Dopo quella famosa sera in cui l’ho tirata fuori da sotto i cazzi non abbiamo piu’ avuto rapporti in pratica. Qualcuno apri’ la porta della stanza in cui stavano fottendo si Luisa. Giunse un coro di risate. E la voce roca di Luisa che diceva: – Avanti, che aspettate? Son mica stanca, sapete. L’uomo richiuse la porta. Entro’ nel salone. Si accascio’ su una poltrona. Il primo a dare forfait. Il pisello gli pendeva inerte e andava facendosi sempre piu’ piccolo. – Che donna! – esclamo’. – Non ne ha mai abbastanza! Lucia sgomito’. Ci sedemmo anche noi, fianco a fianco, su un divano. Lei me lo teneva amorosamente in mano, anche se le era difficile afferrarlo. Anche il mio si era ritirato. Anche il mio si difendeva dalle brame femminili, nei confronti delle quali si avvertiva non adeguato, cercando di scomparire. Ancora per poco, pero’. Da li’ a qualche minuto la stanchezza sarebbe passata e la vergogna avrebbe prevalso. Vergogna per essere al cospetto di tanta bella carne giovane e disponibile e denunciarsi incapace di rendergli omaggio rampando furioso e prepotente. Un secondo maschio usci’ dalla stanza dell’orgia. Venne nel salone. Si accascio’ anche lui nel primo posto libero. – Mai vista una cosi’, – commento’. – La stiamo riempiendo come una botte e lei niente, non fa che dire “piu’ svelti! piu’ svelti!” e “non voglio restare vuota neppure un secondo”. Ancora una volta gli occhi delle Signore luccicarono. Pero’, che troia! pensava nella sua testa ognuna. Ognuno pero’ avrebbe voluto essere di la’, al posto di Luisa, a farsi dire spudorata mente dalle altre pero’, che troia! cercando di dimostrare al meglio che avevano ragione nel pensarlo. Avrebbero voluto! ma non avevano sufficiente coraggio per volerlo veramente. O voglia sufficiente. O sprezzo delle conseguenze. Ognuna, nel profondo del suo essere, si sentiva, avrebbe voluto essere, o dimostrarsi, la piu’ puttana, la piu’ disponibile del mondo. I troppi pregiudi zi, i troppi timori, le parole della mamma, i dubbi intorno alla loro appetibilita’ e attitudine ad affrontare un tale tipo di situazione, le castravano preventivamente. Cosicche’ la cosa re stava allo stato di elementare desiderio, o sogno, e ci si beava delle imprese delle altre, di quelle piu’ gagliarde e avventurose che non arretravano di fronte a niente. Certo che se avessero dato loro una buona spintarella, se ci si fossero trovate, se gli capitava di doverci stare, chissa’, forse si sarebbero svelate anche piu’ adatte, piu’ capaci di quella loro sorellina che di la’ si pappava tutto quel ben di dio. Faceva la parte del leone. Si pappava la sua propria parte di cazzi e quella delle altre. Era una accaparratrice. Una troia, appunto. Un terzo maschio abbandono’ la tenzone. Si affaccio’ nel salo ne e annuncio’: – Se ne sta facendo tre alla volta, ora. Venite a vedere, ne vale la pena. La stanza si svuoto’. Restammo in quattro. Due maschi, Lucia e io. – E’ un’idea, – propose Lucia. – Che ne dite? Gia’, era un’idea. E sembrava fatto apposta. – Non contare su di me, – risposi. – Non ti piacerebbe mettermelo nel culetto? Mica l’hai pro vato! – E dove trovo la forza di farmelo venire abbastanza duro? Anche gli altri mi parevano giu’ di corda. – Piu’ tardi, allora, eh? Fra una mezzoretta dovreste farce la. Non commentammo. Fra una mezz’ora si sarebbe visto. Alcune ragazze tornarono deluse. – Non si vede niente, – commentarono. – Fanno tutti mucchio. Sembra una carica di bisonti! – Prendete una mazza e cacciata quei bestioni! Che facciano un po’ di largo. – Gia’, provaci tu a togliere l’osso a quei cani. Sembrano proprio inferociti. Quella cagna non li spompa, li manda sempre piu’ su di giri! Altre ragazze rientrarono. Eccitate quest’ultime. Camminava no allacciate in coppia e si slinguavano quasi ad ogni passo. – Di’, Lucia, – dissero. – Quella tua raccolta di cazzi arti ficiali…. I cazzi saltarono fuori. Furono esaminati e lubrificati, scelti… scomparvero nelle fiche. Caspita, che bel vedere! Mani in azione dappertutto, corpi allacciati, culi che si agitavano! Non pero’ i soliti culi pelosi dei maschi, ma dolci, bianche, carnose natiche di donna che imi tavano, a volte goffamente, i movimenti degli uomini. Gia’ che piu’ d’una invece di infilarselo nella fica se l’era allacciato ai fianchi e spalancando le coscie della prima che le era capitato a tiro se la stava facendo con il medesimo gusto che avrebbero provato se l’avessero avuto per davvero! Lucia fu soddisfatta dello spettacolo. Sodisfattissima. Poiche’ sul mio uccello ebbe un grande effetto e lo si vide dare nuovamente segni di vita. Chiamo due delle ragazze. – Me lo fareste un favore, – disse indicando l’uccello in timida ascesa. Non si fecero pregare. Non si recede mai al cospetto di certi argomenti. Si inginocchiarono e se ne imposessarono insie me. Insieme compirono il miracolo perenne della resurrezione della carne. Nella stanza intanto s’era levato un coro discorde di gemiti e invocazioni, pari quasi a quello che, ogni volta si apriva la porta, proveniva dalla stanza di Luisa. Veniva eseguito un doppio concerto in quella casa. Ed io ne ero l’unico spettato re! Altri maschi si arresero e vennero nel salone. Ognuno aveva un suo commento pepato per descrivere quello che accadeva. – Ehi! se continua cosi’ bisognera’ andare a chiamare rinfor zi! – Accidenti come lo prende! Sembra digiuna da mille anni! – Dove tocchi tocchi bene. E’ fatta tutta di burro! Ma il fatto e’ che non la puoi piu’ toccare. E’ allagata di sperma! Alcune fiche non ce la fecero piu’ a continuare. Smisero, si abbatterono estenuate, allacciate ed ansimanti. – Ma come fa quella? come fa! – commentavano stupefatte. Per quelle loro tre/quattro venutine si sentivano morte e la loro amica, invece continuava a gridare e godere come fosse all’inizio! – Quella? Quella ha il fuoco dentro, non sangue e carne, come tutte. Lo tolsi dalla bocca delle ragazze e lo mostrai a Lucia. Lei annui’ con gravita’, si degno’ di approvare. Era apprezzabile in effetti, e veniva nel momento giusto. Ora c’erano abbastanza maschi nella stanza da poterne reperire un paio per dar luogo al suo proposito. – Senti la tua fidanzatina? – chiese. – Senti come strilla? Sono ore, ormai, che se la scopano, e lei non da segni di cedi mento! Manno’! non si sentiva niente! Troppe coppie li’ intorno occu pate in faccende importanti, e spudoratamente chiassose, per sentire altro che i loro versi. – Non e’ la mia fidanzata! – ripetei ostinato. – Confessalo che ti rode non poco! – Rodermi? Per quella vacca? – Se la stanno godendo tutti, proprio tutti, e a te la fac cenda non garba. – Me ne infischio, invece! – Assi’? e come mai allora te ne stai qui, col coso duro, e non vai da lei per dargli pure il tuo? Sarebbe una esperienza nuova per te, no? Un’esperienza eccitante! – Mi lascia del tutto indifferente. – Manno’, non dire cacchiate! Ma se ti sei eccitato a morte, prima, quando la faccenda e’ iniziata? Te ne sei fatte due di seguito, in pratica, non ricordi? Cazzo! Mi rodevo piu’ per lei, Lucia, per le sue continue prese in giro, che per la faccenda della mia amichetta, per il suo starsene sbracata, a coscie larghe, a prendere uomini come neppure la peggiore puttana del mondo avrebbe fatto! Mi alzai. Cercai un buco qualsiasi, il primo che capitasse, dove immettere il mio coso. Uno qualsiasi: uno adatto a distarmi. Lucia mi afferro’ al volo. – Dove credi di andare? Questo e’ riservato alla sottoscrit ta. Afferro’ un secondo uccello. Li tenne ambedue stretti stret ti. Si inginocchio’ davanti a noi. – Che bello! – ronfo’. – Siete gia’ quasi pronti! Ci ingolfo’ ambedue in bocca. Una voragine aveva come bocca! Una voragine e una pompa aspirante. Il mio lo tiro’ fuori presto, perche’ gia’ a posto e si dedico’ all’altro. – Anche io! – protestai fremendo. Lei lascio’ anche l’altro. Mi sorrise dal basso. – Ti piace vedermi con la bocca piena, eh? Di’ la verita’, ti piace? Altroche’ se mi piaceva! Mi faceva andare in estasi. Lei, sorrisetto provocante, continuo’ facendo andare le mani in contem poranea sui due piselli. Mosse lente, esperte, studiate per ecci tare e far godere. Anche lei costituiva un bello spettacolo. – Perche’ non rispondi? – insistette. – Massi’, mi piace, lo sai che mi piace! – Perche’ non vai di la’, dunque. Li’ cazzi in azione in con temporanea ce n’e’ fin troppi. Sono convinta che la fidanzatina e’ costretta a prenderli doppi dappertutto, proprio come piace a te. Chissa’, forse li sta prendendo doppi anche nella fica! Qualcuno li’ vicino interruppe il suo da fare. – Ottima idea, – approvo’ entusiasta. – Vado a proporlo subi to. La Signora che gli stava sotto strillo’ indignata. Che si faceva cosi’? Si lasciava cosi’, a meta’ della salita, una donna in ambasce? Nessuno le bado’. Anzitutto le donne. Vi furono vari strilli di eccitazione. – E noi che ci stiamo a fare, qui? – gridarono; ma non face vano sul serio. Dicevano tanto per dire, per amore di bandiera. Perche’ intanto strizzavano l’occhio a quelli che avevano ripreso la forma come per dir loro, su, cosa aspettate? Tornate di la’ e datevi da fare! Il salone si vuoto’ nuovamente. – E tu non vai? Mi leccai le labbra. La fica di Luisa la conoscevo bene, quel suo umido tunnel nel quale, una volta entrati, pareva persino crudele doverne poi uscire. Ma era ancora la stessa fica, dopo tutti quelli che vi erano transitati, e dopo tutta lo roba che vi avevano lasciato? Sarebbe stata la stessa cosa? Mi infuriai. – Vacca! Battona! – sibilai contro la rossa. – Dai, non essere timido, voi che la trovi bella calda, imbottita di buona roba e tutta gocciolante! Di la’ giunse un urlo, un vero urlo, questa volta. – No, non cosi’! Cosi’ no! – Credo che te la sfonderanno, la tua Luisa. Credo proprio! La rossa si sollevo’ e venne a lavarmi la faccia con la lin gua. – Vai, – esorto’ eccitata. – Voglio vederti affondare nella sborra, impazzire dentro la sua fica! La lasciai dire. Luisa continuava a gridare. Nuove risate collettive. Poi una specie di applauso. – Li senti? Deve essere stato bellissimo. Ma proprio non ne hai voglia? Inutile mentire. Il cazzo parlava per me. Ne avevo voglia. Eppure non me la sentivo. Non con adeguata determinazione. Luisa riprese a strillare, ma non piu’ sul tono del no, su quello del si’, invece. Si’, si’! tutti e due, si’, due insieme! COSI’! COSI’! – Ha fatto presto a cambiare idea! Adesso, pero’ , per non far accorrere tutto il vicinato, occorrerebbe tappargli la bocca con i cazzi. Due per la precisione. Uno potrebbe essere il tuo! – Basta, Lucia, smettila! Ebbe una smorfia. – Sei proprio uno squallidissimo maschio! – constato’ scuo tendo la testa. – Non ammetti che la tua donna faccia di testa sua. Che sia di altri. O meglio, che lo sia tanto da perderne il controllo. Perche’ questo e’ il punto. Il potere che perdi. Non vuoi andare di la’ perche’ andandoci daresti il tuo avallo alla situazione. Sarebbe come dire, mi sta bene, si’, fai come ti pare, decidi tu, come, quando e a chi darla. Non badare a me, io non c’entro, io voglio solo bussare ogni tanto e trovare la porta aperta! E, ma questo, non si puo’ dire, questo non sta bene. Con questo si rinuncia a parecchi privilegi. Ma mica e’ tua quella femmina, sai. No, che non lo e’. L’hai solo in prestito, e per le ore che lei stessa ti concede. Lei, la tua piccola fidanzatina, manno’, la fidanzatona! e’ esattamente di chi se la sbatte, nel momento in cui se la sbatte! Questo tu lo sai, vero? Vero? Vero che lo sai, anche se non la vuoi mandare giu’? Annuii. Lo sapevo. E non riuscivo a mandarla giu’. Mi rodeva. Mi rodeva che facesse di testa sua, che la desse a chi gli garba va. Che non si sognasse neppure di consultarmi. E che non si limitasse a divertirsi con qualche maschietto, le classiche cor na, ma regolasse la sua vita sessuale senza minimamente tenere conto di quel che pensavo e quel che volevo. – Ti rode, eh? – insistette Lucia. – Ti rode! Ti rode! Mi rodeva. Non potevo che ammetterlo. Luisa continuava a prendere uomini senza sosta, e io conti nuavo a rodermi. A me non succedeva niente, pero’. Lei, invece, la stavano letteralmente sfasciando coi loro grossi cazzi. – Ne ha gia’ troppi, – obiettai. – Non ci vado. – Embe’? Cosa vuoi che sia uno in piu’ o in meno? Anzi, credo che il tuo sarebbe il piu’ gradito! Mi spinse, come prima gli uomini avevano spinto Luisa verso il divano. Alcune ragazze ridenti che erano rientrate si misero pure loro a spingere. Mi incitavano tutte quante insieme. Le assecondai. Non avevo scelta. Il sesso raramente lascia scelte. O morire, o lasciarlo agire. Entrai nella stanza dell’orgia. Prima di me, moto prima di me, comincio’ a entrare l’uccello. Mi si vide per lui. Lo videro, fecero largo. C’era Luisa al centro, schiacciata tra due, le guance arros sate, aperta, scannata. Sul volto un’espressione mobile, ora estatica, ora folle. L’uomo che aveva dietro le sussurro’ qualcosa nell’orecchio. Apri’ gli occhi. Sospiro’. Li richiuse. Li riapri’ e rise. Tese le braccia. – Dai, stupido, che aspetti, – udii alle mie spalle. All’inferno! mi dissi. All’inferno tutto. Tanto non potevo farci nulla. Cazzo, neppure l’amavo. Era solo orgoglio maschile, stupido orgoglio maschile! Ma chi me lo faceva fare, con una femmina cosi’! chi, da solo, poteva reggerla? Cazzo! potevo solo guadagnarmela, ormai, anche se in condo minio. Un bel condominio. Tutti soci affiatati, per niente litigio si. Tutti concordi nel realizzare un’unico scopo. Sgangherare a colpi di cazzo quella fica immensa che rispondeva al nome di Luisa. Continuare a farglielo sperando di indurla a dire basta! pieta’! Il cazzo mi trascino’ avanti. Lucia mi incito’. Luisa tese di nuovo le braccia. – Vieni, stupido, vieni anche tu. Aveva la bocca libera. La volevo quella bocca. Volevo perde mi travolto dal suo medesimo abbandono panico, con la medesima noncuranza e smemoratezza. Sarebbe stata una nottata di fuoco, lunga e istruttiva. Indimenticabile. Andai percio’. Nessuno che non sia completamente pazzo cerca di tenersi stretto cio’ che non ha, quando puo’ andare a prenderse lo. Andai percio’. Andai a prenderla. Quel poco che mi spettava. Poteva bastare. DOVEVA BASTARE (come al solito, con me, con tutti, l’infau sto poteva diventava sempre l’inconsulto doveva). Doveva bastare, dunque. Basto’.
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