italian sex stories – porno italiano

Racconti di sesso, storie erotiche. Anteprime DVD hard. Etero e gay.

Una passata di cazzi

30 ago 2007

Scritto da italiansexstories

Lei guardo’ le mie occhiaie ed affermo: – Hai bisogno di una cura ricostituente. Comincio’ cosi’. Fu l’occhiata per cui mi persi la nuova fidanzatina, una molto diversa dall’Italia con cui ero stato tempo prima. Italia aveva un buon carattere. Questa l’aveva pessimo. Italia era voluttuosa e spregiudicata, questa avida e permalosa. L’una attenta alla sostanza, l’altra un pochino anche alla forma. Quanto a voglia invece le due se la battevano, ambedue scopatrici cosi’ incessanti ch’era veramente difficile stabilire una graduatoria. – Basta una settimana di riposo, – risposi, – tutto tornera’ come prima. Lei mi carezzo’ una guance e rise. – Poverino! – esclamo’ tutta compiaciuta. Gia’, che’ era per merito suo se ero ridotto in quello stato. Avreste dovuto vederla, e avreste avuti anche immediatamente chiari tutti i perche’. Alta, figura piena, tettone e tutto il resto. Uno schianto. Peccato fosse anche un po’ moralista! – Mi serve solo una settimana, o due. Mi serve proprio. – Prenditi tutto il tempo che vuoi. – Si’, ma lontano da te. Altrimenti non serve. – Ehi! non vorrai mica insinuare che e’ colpa mia! Non ti prego mica di scoparmi! Se sei un porco cosa vuoi da me? Le guardai le tettone. – Non dico che e’ colpa tua. Dico che l’ho messo li’ in mezzo qualche dozzina di volte di troppo. – E beh? Io che centro? – Niente, piccioncino. Se non fosse per questa tua faccia da gran troia, e questo tuo essere sempre umida in mezzo alle coscie, certo non c’entreresti niente! Si inalbero’. Arrossi’ e mi fisso’ infuriata. – Ma per chi mi hai preso? Per una vampira? Guarda che io non ti ho mai chiesto nulla: Sei sempre tu che vieni a bussare a sesso. Vero. Verissimo. Non me lo prendeva mai in mano. Dovevo cacciarglielo in mano. Non mi baciava, si faceva baciare. Non parlava mai di sesso, si limitava ad ascoltare volentieri. Non prendeva quasi mai l’iniziativa, dunque, perche’ non c’era bisogno lo facesse. Era sufficiente che captassi uno di quei suoi sguardi vogliosi, o mostrasse l’inizio di un seno, o il dondolare delle natiche che, in qualunque situazione fossimo, nudi o vestiti, in piedi o a letto, l’uccello mi si intostava all’istante e reclamava di essere messo a rapporto. La furbastra poteva scaricarsi cosi’ di ogni responsabilita’ e lasciar fare tutto a me: tanto io non potevo impedirmi di fare! Per cui, sia come sia, quando ne aveva voglia, non si sa come la voglia immancabilmente veniva pure a me. Aveva i suoi sistemi, lei. E se anche non li avesse avuti, bastava quel suo corpo da bonona (una Loren al cubo) per costringermi ad andare al dunque. Un accavallare di coscie al momento opportuno, un sobbalzo delle tette e il gioco era fatto. – Una settimana di astinenza mi ci vuole, – insistetti. – Dammi modo di riprendere fiato. Avevamo tenuto la media di due al giorno in quel periodo, senza mai concederci un giorno di tregua, uno solo. Si arrabbio’, strinse le labbra come fanno le femmine quando incattiviscono. – Vabbe’! Vabbe’! – Ma se l’hai detto tu che ho una brutta cera! – Il mio modo era simpatico, il tuo antipaticissimo. Stemmo in silenzio. – A ben pensarci, anche solo un due/tre giorni… Fece la faccia feroce. Non era il tipo che lasciasse ritirarsi l’avversario in pace, la sorcia. Anzi, infuriavo al suo peggio proprio in quei casi. – No, – disse stringendo ancora piu’ le labbra. – Abbiamo detto due settimane, e due settimane devono essere! – Dai, Luisa… Se ne ando’ sbattendo la porta. Affanculo! pensai. Come te ne trovo altre cento! Mica vero. Cento, forse, ne potevo trovare. Ma non come lei, questo era certo. Forse neppure ce n’erano cento al mondo! Le diedi tempo di raggiungere casa sua e le telefonai. Non rispose. Non rispose neppure il giorno seguente e quello dopo. Aveva staccato il telefono. Il terzo giorno, risuscitato da morte, andai a trovarla. Al solo avvicinarsi al suo appartamento il pisello mi divenne duro. Caspita se mi mancavano le sue belle chiappe da fioccona alla centesima potenza! Salii su direttamente, senza annunciarmi al citofono. – Ah, sei tu, – commento’ aprendo. – Entra, entra. Mi volto’ le spalle e ando’ a continuare quello che stava facendo. Restai basito. Ancora incazzata con me? Portava un neglige’ trasparentissimo e mi offri’ un’ottima prospettiva del fanalino di coda. – Apri sempre cosi’? – chiesi. La segui in camera da letto. Lui, che era gia’ duro, divenne ancora piu’ duro; e la ragazza, o accorgendosi del bozzo, o perche’ mi conosceva, anticipo’ le mie intenzioni. – Buono, – redargui’ senza voltarsi. – Siediti e aspetta. Mi sedetti. Lei rimesto’ nell’armadio a muro. – Esci? – Sono stata invitata da certi tizi, gente un po’ su che ha casa dalle parti di San Saba. Drizzai le antenne. – Sola? Estrasse il vestito adatto. – Ancora non ho bisogno di chi mi spinga la carrozzina. Ma di chi ti lucidi la carrozzeria si’, pensai. Si’, di un buon carrozziere aveva gran bisogno. – Ti va che ti accompagno? – Se vuoi… Volevo. Anche lui voleva. Al ritorno poteva scapparci un incontro di lotta libera, non si poteva mai sapere! Un’ora dopo, non meno, era pronta. Tutta in ghingheri, truccatissima, labbra terribilmente rosse, scollata, scosciata, multicolore, avrebbe messo paura se non fosse stata tanto sexy. Una vera cannonata. Per le serate di gara certe donne si conciano, pur non avendone bisogno, in un modo che non sembrano piu’ neppure le stesse. Diventano altre. Diventano quello che mai ammetterebbero di essere durante il normale svolgimento della attivita’ quotidiana: delle gran vampire d’uomini. Gia’, mettono paura. Paura in ognuno di non essere alla loro altezza e di scoprire cosa veramente si nasconda dietro quell’ordinario diurno durante il quale sembrano tutto il contrario di quello che tu vuoi o dici di volere (forse perche’ intuiscono che non lo vuoi veramente; o, se lo vuoi, non sei minimamente pronto ad accettarlo). – Sei sicuro di voler venire? – domando’ sorniona. Per tutta risposta le afferrai la mano e me la piazzai sull’uccello. Non fece una piega. Lascio’ la mano sopra il tempo di mostrarmi che non avevo prodotto alcun effetto, poi chiese: – Hai finito? Voce fredda, indifferente. Si’, era ancora incazzata con me! – Guarda, ho una voglia che non ti dico! – Non dirmelo, carino. Infilati la giacca invece, che’ usciamo. Al suo fianco, combinata com’era, cosi’ tutta in ghingheri, al paragone col mio abito di tutti i giorni, parevo uno straccione. La fissai dubbioso. – Sei tu sicura che posso venire? – I miei nuovi amici non si formalizzeranno. E poi sei quasi mio marito, no? Dove entro io entri tu! – Non sarebbe meglio formalizzarsi un poco noi due, sul letto? Sollevo’ un sopracciglio, sdegnata. – Non fare lo stronzo, non serve. Accompagnami pure, se vuoi, ma vedi anche di non rompere le scatole. Mi feci piccolo piccolo. Luisa, come tante, aveva un certo suo modo di dirti le cose che non ammetteva repliche; e che prometteva sempre tempesta, ove ti fossi azzardato a insistere o replicare. Percio’ l’accompagnai fuori mogio mogio, senza aver neppure il coraggio di fiatare. Tutto mi potevo permettere, ma non di farmi dare il benservito da una sorca imperiale come quella! Uscimmo a prendere l’ascensore. Come fummo dentro Luisa mi guardo’ e rise. Allungo’ una mano. – Fammi sentire, – disse, sempre ridendo. – Mostra quello che hai per la tua mammina. Non esitai. Tirai giu’ la lampo e lo estrassi. Approvo’ col capo. – Niente male, – convenne. – Proprio niente male. Cotto al punto giusto. Ma ora rimettilo dentro, dai. Una parola rimetterlo dentro! Una volta uscito pareva non volerne piu’ sapere. Tentai e non seppi come sistemarlo. Troppo duro e ingombrante, mentre i tempi stretti della discesa mi toglievano la concentrazione necessaria. Lei, fissandomi ironica, fermo’ l’ascensore e mi diede tempo di manovrarlo. Lo ficcai a forza nelle mutande e chiusi la lampo. Luisa assistette scuotendo la testa. Semplice superiorita’ femminile, compassione per la goffaggine, l’insipienza, la fresconeria dei poveri maschi, anche dei migliori, che sottratti alla loro professione e ai furori del sesso, non valevano una cicca. Dei bambinoni da tutelare, con cui adoperare ogni risorsa di pazienza e su cui esercitare la piu’ ampia, discreta tutela. Eravamo delle povere cose nelle loro mani! – Stasera credo che avrai modo di usarlo ampiamente quel tuo affare, a cui sembri tenerci tanto. Sorrise. – Se vuoi, puoi prenderla come una promessa. Poggio’ ancora la mano sulla patta. Strofino’ un pochino. – Ohoo! – sospirai. – Dai, non te ne venire, non fare il cucciolo. Potresti pentirtene piu’ tardi, sai? Fece ripartire l’ascensore. Non appena fummo arrivati e la porta aperta, il naso di Luisa descrisse un grande arco verso l’alto, alzandosi di buoni 45 gradi. Di colpo si trasformo’ in una Signora sdegnosa e regale, una assolutamente incapace di commettere alcunche’ di sconveniente. – Cazzo! – sussurrai. – Nessuno che ti avesse vista nell’ascensore potrebbe riconoscerti ora. Sgomito’. – E pensare che la daresti a tutti! – Zitto, stronzo! – replico’ sibilando con un angolo della bocca. – Ma le pagherai tutte quando saremo sposati! Anche questa e’ una promessa! Raggiungemmo la mia auto. – Non possiedi neppure un pizzico della mia classe, – affermo’ non appena chiudemmo le portiere. Gia’, classe ne aveva. Forse. Solo che fino a quel momento non ne aveva mostrata. Troppo occupata a scopare con me, ritengo, per aver modo di esibirsi in qualcosa d’altro. I suoi nuovi amici si dimostrarono gente da prendere con le molle. Assatanati, ma con una cert’aria sussiegosa che mi piacque poco. In genere evitavo giri come quelli. Sapevi come cominciavi, non sapevi come finivi. La padrona di casa, una rossa lentigginosa e apparentemente sciapa, mi si appiccico’ addosso all’istante. – Ohooo! – fece. – Che bel giovinotto che hai portato! Fu un istante. Un uomo si imposesso’ di Luisa e la porta via. La rossa si imposesso’ di me e mi fece stare. Quando riuscii a liberarmi di lei feci il giro di quella specie di labirinto che era la casa. Nella settima, ottava stanza che visitai trovai Luisa. Non era sola. Stava in compagnia di un paio di giovinastri che le sussurravano sconcezze (immagino fossero sconcezze) nell’orecchio, inducendola a ridere forte. Notai che aveva le guance arrossate e i capelli in disordine, mentre l’abito da sera non le cadeva piu’ tanto bene indosso. Come mi vide mi venne incontro tutta giuliva. – Ti dai da fare a quanto pare, – commentai un po’ acido. – Non mi dire! – tubo’. – Tu una scenata di gelosia! – No, e’ che non mi aspettavo una festa di questo tipo, per ritrovarmi pure in fondo alla lista. – Beh, e’ proprio una di quelle feste, ma ti assicuro che non sei in fondo alla lista: solo a meta’! Rise ancora e si allontano’, scomparve. Cominciai a rodermi. Essere messo in quarantena, lo potevo capire: Essere trattato con sufficienza, lo potevo sopportare. Ma essere preso per i fondelli, ebbene, questo mi riusciva intollerabile. Non ebbi tempo di arzigogolarci troppo sopra. La padron di casa si fece di nuovo avanti. – Son troppo vecchia per te? – chiese senza mezzi termini. La guardai bene. No, non troppo vecchia: era troppo magra. Troppo piatta. La bocca pero’ era a posto. Una bella bocca. Larga e sensuale, prometteva un sacco. Potevo accontentarmi. Dovevo accontentarmi. – Hai una bella casa, Me la fai vedere? – risposi. E le strizzai un occhio. – Oh! si’, certo che te la faccio vedere! – cinguetto’ felice. Mi guido’ direttamente in una delle camere da letto. Non perdemmo tempo. Gia’ al primo bacio le tiravo giu’ il vestito. lascio’ fare. Quando pero’ arrivai alle mutandine si ritrasse. – Queste tocca a me, – affermo’. Aveva ragione. Era piu’ bello vederglielo fare. Le tolse e me le getto’ in faccia. – E tu, – chiese fissandomi curiosa, – non ti spogli? Io che vivevo una situazione di ripiego e non ero gran che’ eccitato, non essendo abituato a presentarmi mezzo moscio, mi vergognavo un poco. Cosi’ fu costretta a venirmi addosso e a spogliarmi di persona. Come apparve l’uccello spalanco’ gli occhi dalla meraviglia ed emise dei versi di gola semplicemente deliziosi. Subito dopo comincio’ a dire delle cose spiritosissime e molto sexy sul mio pisello e la situazione miglioro’. Miglioro’ tanto che capii di averla sottovalutata. Lei corse a sdraiarsi sul letto. – Vieni, – invito’. Era tranquilla, fiduciosa. Senza la minima traccia di quell’ansia che coglie a volte anche le persone piu’ navigate. Si stava solo godendo una mezz’ora di sesso. La situazione miglioro’ ulteriormente. Per favorirla ancora lei si pose di fianco e tiro’ su una coscia tenendo la gamba per la caviglia. Una classica posa da ragazza copertina. Ma con che gesto! con quale espressione! Il pisello divento’ di legno. Le zompai addosso. – Troia! – esclamai furibondo. Altro che donna insipida. Una bomba di sesso, era. Lei rise. – Cambiato idea su di me? – chiese. Non solo era bona, ma anche acuta. Aveva avvertito la mia iniziale a freddezza e mi stava dimostrando chi era e quanto valesse. Glielo confermai infilandoglielo di colpo. Lei aspiro’ l’aria attraverso i denti. Si morse le labbra. – Cosi’ mi sfondi, – protesto’. – Mi uccidi. – Nossignore, ti voglio solo mandare in paradiso. Affondai una seconda volta, una terza. Gemette. – E’ da quando sei entrato che ti volevo, – confesso’ iniziando a smaniare. Scesi per baciarla. Mi infilo’ la lingua in gola. L’agito’ per bene e succhio’ la mia a ventosa. Nello stesso tempo, mentre moltiplicavo e acceleravo le spinte coi reni, prese a rispondere colpo su colpo. Quando finimmo mi sentivo disfatto. La rossa invece, sebbene fosse andata avanti come un treno, ansimava appena. – Mai fidarsi delle rosse, – affermai. – IO invece dei maschi un po’ stempiati mi fido sempre, – replico’. Lo sfilai dalla fica. – Ascolta, che ne dici di dargli una leccatina? – Si’, ma vatti a lavare. Non era di quelle che lo prendono come capita; era pulita, lei, non una bocchinara qualsiasi. Andai a lavarmi. Mi segui’ tenendosi la mano sinistra in mezzo alle coscie, per non perdersi la mia roba per strada. La osservai mentre se la sciacquava. Anche lei mi guardo’, ma con intenzione. Il pisello reagi’ come doveva. Cioe’ si intosto’. Il che la fece ridere di cuore. Aveva una risata tutta di petto, la tipa, Una risata da basso piu’ che da contralto. Ma, nonostante la risata, era una donna, oh! se era una donna! Accostai il pisello alla sua bocca. Non una bocca, ma un forno aveva. – Dai, – dissi, – non fare la difficile, che’ ce n’entrano anche tre insieme! – A me basta uno… – Che dici? Hai provato almeno con due? – Proprio perche’ ho provato dico che basta uno. A me piacciono le cose semplici, anche se sfiziose. Non come la tua amica che imbarca gli uomini all’ingrosso! – Luisa? Che ne sai tu di Luisa? – Che ne so? Questa festa l’abbiamo organizzata per lei, cosa credi? Feci finta di niente. Tentai, almeno. Glielo infilai in bocca. Non funziono’. C’era qualcosa che lo teneva spento. Lei provo’ a rianimarlo dicendogli qualche porcata tipo “mi faccio schizzare in viso”, ma non funziono’ lo stesso. – Ehi! che hai? Sei gia’ esaurito? – Beh, – cercai di giustificarmi, – mi sono strapazzato parecchio negli ultimi tempi. Ci vorrebbe qualcosa di speciale per tirarmi su. Qualcosa come quella tua mossa di prima, quando hai alzato la coscia. Mi regalo’ un bacio sulla punta. – Ho qualcosa di speciale in serbo per te. Qualcosa di proprio speciale. Rise. Tutta roba di gola. Roba da brividi. – Vieni con me, – invito’. Andai con lei. Mi porto’ in un’altra stanza. Scosto’ una tenda. La tenda nascondeva un grande vetro attraverso il quale si vedeva in un’altra stanza. – Noi li vediamo, – spiego’. – Loro non ci possono vedere. Loro, quelli che non ci potevano vedere, era un trio molto ben composto. Due atleti e una femminona stupenda, da infarto entro il primo anno di matrimonio. La donna stava seduta su una sedia, al centro della stanza, la testa gettata all’indietro, e si faceva baciare con gusto, e baciava perdutamente uno dei due fusti. L’altro, col capo nascosto sotto il vestito, si dava da fare con la seconda bocca. La riconobbi. A causa delle coscie. Coscione lunghe enormi, da desiderare di aprirgliele alla prima occhiata. Niente facile trovare coscie simili oggigiorno. L’uomo che la baciava sopra si stacco’ ed ebbi la conferma di chi fosse. Luisa. Cazzo! proprio Luisa! Mi arrabbiai veramente. La rossa mi fisso’ sorniona. Sorpresa anche, direi. – Ma tu sei geloso, – esclamo’. – Sei geloso! Cercai di controllarmi. Ci riuscii a stento. – Ma non lo sapevi? – domando’ la rossa. – Non eravate d’accordo? Macche’ d’accordo! Luisa si stava solo vendicando della faccenda dei 15 giorni! Puttana! Digrignai i denti. – Ehi! Ehi! – fece la rossa. – Datti una calmata. Mi diedi una calmata. Chissa’, la pupona voleva soltanto divertirsi un po’, e non sfottermi. L’ultimo pensiero non mi aiuto’ a calmarmi. non mi aiuto’ per niente. Forse era davvero gelosia. O forse temevo solo me la consumassero, la mia bella sorcettona burrosa e un po’ troia. La porta della stanza in cui stavano i due fusti con Luisa si apri’ e le sagome di quattro uomini si delinearono nel vano della porta. Altri ancora dietro. Erano tutti nudi. – Cristo! – esclamai. Luisa si alzo’ in piedi. – Ma che cosa… – inizio’ dicendo. Non le lasciarono il tempo di completare la frase. L’uomo che l’aveva baciata tra le coscie la costrinse nuovamente a sedersi. I nuovi venuti entrarono. Luisa se li guardo’ con tanto d’occhi. – Ma cosa cazzo sta succedendo? – chiesi alla rossa. Lei si porto’ un dito alle labbra. – Zitto! Non strillare! Aspetta e vedrai! Gli uomini continuarono ad entrare. Quando furono piu’ di quindici persi il conto e smisi di contare. La rossa guardava gli uomini in entrata con un sorriso sulle labbra che era tutto un programma. Ogni tanto se le umettava quelle labbra. Una lingua larga e guizzante, veloce! Anche i primi due maschi, quelli che avevano iniziato a farsela, si spogliarono e Luisa pote’ alzarsi e fare un passo nella stanza. – Ma siete matti? Siete matti? – disse. – Ma guarda! Guardala! L’innocentina, la poveretta violentata! Ed e’ la sua festa! – commento’ la rossa. Un maschio afferro’ Luisa. Le palpo’ il petto. Luisa si scanso’: Cadde nelle grinfie di un altro. – Ma che volete? Che volete? Quello che l’aveva afferrata per le tette ritorno’ con la mano al vestito. Tiro’. L’abito da sera si lacero’ e le sise, maestose, trionfanti, iniziarono a danzare liberamente. Luisa divento’ una furia. Lavoro’ sugli stinchi dei piu’ vicini. Scarpette a punta. In un attimo si fece il vuoto attorno a lei. – Oh! Oh! – fece la rossa. – Eppure sembrava tanto docile. Deve essere per l’abito. C’era mica bisogno di strapparlo in quel modo! Luisa si avvio’ verso la porta. La imbocco’. Contemporaneamente un altro paio di maschi, ultimi arrivati, entrarono. La spinsero dentro con la sola forza dei petti. – Stronzi! – sbotto Luisa infuriata. – Avete convocato tutti i cazzi della citta’? La rossa sbotto’ in una risata semi isterica, tra il divertito e il savraeccitato. – Ma sentila! Sentila! Scommetto che e’ gia’ bagnata tra le coscie! Per quel che sapevo di Luisa non lo potevo escludere, anzi era piu’ che probabile. Gli uomini tornarono ad affollarsi intorno a lei. – Ma siete troppi! – grido’. – Non e’ possibile! Cosa vi credete di fare? Cerco’ di spingere indietro qualcuno. Loro spinsero piu’ forte e la gettarono su un divano. – No, non voglio! – grido’ ancora, divincolandosi come una furia. Le sollevarono la sottoveste. “Ohooo!” esclamarono in coro quando videro quel che c’era sotto. Coscione enormi e un pelo che le mutande coprivano solo in parte. Fuoriusciva abbondante, in disordine, da entrambi i lati. Al mare, d’estate, si doveva far la barba, Luisa, per poter accedere alla spiaggia senza suscitare scandali. Cerco’ ancora di sottrarsi, graffio’. Due ceffoni ben assestati e non fece piu’ storie. Resto’ ansimante a guardare i maschioni che le mostravano i cazzi. Un attimo ancora e scomparve alla mia vista, occultata dalle schiene del gruppo. La rossa si lecco’ le labbra. – Bisogna farli smettere, – affermai. – Sei matto? Perche’ dovremmo fare una cosa cosi’ stupida? – Non hai udito? Lei non vuole. – Occristo! se si dovesse dare retta a… Luisa urlo’. Forte. IL mucchio dei maschi entro’ in agitazione. – Tenetela! – ordino’ qualcuno. Mi decisi. Affanculo! Dovevo far qualcosa. Scansai la rossa, che gia’ mi si strusciava tutta eccitata e lasciai la stanza. – Ehi, tu! – grido’ la rossa. – Non fare l’idiota. Mi precipitai nella stanza accanto. Fui fortunato. Nel mucchio dei maschi si apri’ un varco, e proprio nel momento in cui entravo. Luisa aveva la sottoveste rovesciata sulla faccia e le mutande a brandelli. La fica era aperta, gia’ pronta per il primo. I maschi intorno si menavano l’uccello a piu’ non posso, ma ancora non avevano cominciato con lei. Solo preliminari. Scansai uno inginocchiato per succhiarle le tette, l’afferrai per un braccio, la sollevai e la spinsi, la trascinai fuori. Facce stupite. Troppo stupite per poter reagire, o anche solo per dire qualcosa. Attraversai di corsa un corridoio, poi il salone e arrivai nel cortile dove avevo parcheggiato l’auto. Solo davanti alla macchina mi accorsi di essere nudo. E solo allora mi accorsi di quello che stava facendo Luisa. Luisa gridava e berciava, imprecava e mordeva la mano con cui la trascinavo. – lasciami, lasciami, brutto scimmione! – disse colpendomi. Fui costretto a lasciarla. Lei mi colpi’ al viso, sulla testa, dove capito’. – Imbecille! Imbecille! – urlava. – Di cosa ti impicci? Chi ti ha chiesto niente? – Ma, Luisa… – Ti ho forse chiesto di intervenire. – Ma, luisa… – Son forse tua moglie? Tua sorella? – Luisa, io… – Oh! Brutto stronzo! Mi rifilo’ un pugno in bocca. La bocca inizio’ a sanguinare. In alto si apri’ una finestra. Volo’ qualcosa. I miei abiti. – E non fatevi piu’ vedere! – avverti’ qualcuno. Mi vestii. Luisa, furiosa, batteva il tacco in terra, braccia conserte. Una furia, era. Una furia discinta e stracciata. – Accompagnami a casa, dai – disse. – Cerca di essere utile a qualcosa, almeno. Mi asciugai il sangue. La feci salire. Sali’, sdegnatissima. Fisso’ lo sguardo davanti a se’ e per tutto il tragitto resto’ immobile, senza mutare posizione, a braccia concerte, il volto ostile, muta come una sfinge. Quando la lasciai davanti a casa sua scendendo, sbatte’ forte la portiera. Non la scardino solo perche’ non ne aveva la forza, ma l’intenzione era quella, di scardinarla e di farla venire a sbattere sulla mia faccia. – E non farti piu’ vedere, – grido’ infilando la chiave nel portone. Partii sgommando (chissa’ le maledizioni dei vicini!). Avevo fretta. A casa mi aspettava un letto (ne avevo bisogno), magari un gioco di mano (non ne avevo bisogno), e il ristoro, la smemoratezza del sonno. Beh! sonno e pisello, per fortuna erano amici su cui potevi contare sempre. Almeno finche’ restavi giovane. Sonno e pisello mai avrebbero detto: non farti piu’ vedere! Erano buoni amici loro, veramente buoni. Potevo sbagliare quanto volevo e non li avrei mai perduto come amici. Decisi che, va bene, meglio profittarne, chiudere in bellezza la serata. Un gran gioco di mano, un lungo sonno ristoratore. E all’inferno tutto il resto!

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