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Una vergine un po’ porca

28 ago 2007

Scritto da italiansexstories

Eravamo in cinque, cinque sfessati coi coglioni pieni. Tutti giovani di belle speranze, pischelli se non di primo almeno di secondo pelo, escluso il sottoscritto che si avviava sul viale del tramonto e le illusioni aveva messo da canto, unitamente alla boria da maschio che avevo assunto, tiepidamente e per non troppi anni, dai miei sciagurati coetanei nei primissimi anni dell’adolescenza. Ci offrivamo reciprocamente da bere nei locali che bazzichevamo per il rimorchio e capitava, essendo ciascuno parecchio in bolletta e con velleita’ goliardiche, che ne inventassimo di tutte per cercare di distogliere l’attenzione e saltare il proprio turno. Chiacchiere e sviamenti a non finire. Era una specie di gioco, in fondo, di cui eravamo consci, e che giocavamo con divertimento e rassegnazione, stando bene all’erta per non far la parte degli imbecilli e non dare a nessuno nessuna soddisfazione. – Conosco una capace di succhiarcelo a tutti e cinque, – affermo’ a bruciapelo quello a cui toccava di offrire da bere, Giovanni. – Uno dietro l’altro o anche contemporaneamente. Non ci distraemmo, se questo era lo scopo. Ci limitammo a fischiare di meraviglia e incredulita’, se questo era possibile, considerato quanto fossimo navigati e quante sorce pazze e assatanate di cazzo avessimo conosciuto. Il tipo dovette tirar fuori il portafogli e onorare il giro. Esibimmo reciprocamente i bicchieri pieni in un muto enfatico brindisi e bevemmo. Un altro giro e venne il mio turno. – E’ bona? – tentai. – Bona? Una cosettina fresca di sedici anni! Un miracolo, una specie di sogno sessuale materializzato in donna! E vergine, per giunta! La storia era buona, avrebbe potuto servire, ma non servi’. Nessuno si distrasse. Ne avevano (avevamo) macinate troppo di balle, e di eventi straordinari su quella misura, per lasciarsi incantare. Pagai da bere. Bevemmo. Tocco’ al quarto. Anche lui volle tentare la stoccata, con variazioni sullo stesso tema. Chissa’, la faccenda, presa da qualche altro lato, poteva funzionare… – Vergine e lo prende in bocca? – chiese, fingendosi piu’ stupito e interessato di quanto in realta’ fosse. – Con l’ingoio, altroche’! Questa era proprio grossa. E grassa. Troppo grossa e grassa. Funziono’. Tutti si distrassero (ci distraemmo). Esplosero le proteste. Eravamo interessati e cio’ ci urtava, perche’ al dunque era evidente come ci fossimo cascati. Avremmo potuto fare gli indifferenti quanto ci pareva, dentro di noi sapevamo che l’amico aveva inventato la bugia giusta. Ma era proprio una bugia? L’interrogativo stesso, che passeggiava sui nostri volti, la diceva lunga su come ci fossimo fatti infinocchiare. Bugia o non bugia noi volevamo che la storia fosse vera, o che almeno ci fosse raccontata. – Vergine, ninfomane e bocchinara: non ti sembra di esagerare? – Ma che stronzate! – Gesu’, le scemate vai dicendo! – Non hai qualcosa di meglio da tentare di farci bere? Meglio di quella? C’e’ da dubitare che esistesse. Ma oramai non ci importava piu’ sapere del vero e del non vero, desideravamo sapere e basta. Volevamo i particolari; e le proteste non erano che un modo indiretto di sollecitarli. – Perche’, non lo credete possibile? Noi cinque puttanieri, Mario, Antonio (che sarei io), Riccardo e Marco, piu’ Giovanni che ce la stava tirando (cosi’ credevamo ancora a quel punto), non dovremmo certamente stupirci, ne’ dubitare, con tutto quello che avevamo visto, e provato, e provocato, architettato e risolto. Noi sconsiderati (una banda macho, cultura di capra, cuore di patata), con un gran giro di sorche alle spalle, spesso marchettari, attualmente disoccupati, ridotti a lavorare a cottimo nelle feste particolari della gente bene, Signore e Signori bene che ci spremevano a morte e ci gettavamo via; dovevamo saperlo come andava il mondo. C’e’ chi si vergogna di tirarsi una pippa e chi si ingozza di sesso dalla mattina alla sera, in tutti i modi e le maniere concepibili. Giovanni, che tra tutti noi credo fosse il peggiore, si accinse ad articolare una concione. Lo prevenni. Non avevamo bisogno di prediche. Avevamo voglia di particolari. – Parlaci della sorcia, dai, vediamo come te la inventi, – dissi. – Che scriteriati siete, non invento niente. Comunque lo ribadisco, ha sedici anni e due tette cosi’. Mostro’ come aveva le tette la ragazza. Ne fummo impressionati. Fischiammo: Naturalmente non poteva averle in quel modo, troppo grosse, ma l’aveva mostrato per darci l’idea, e l’idea era piaciuta. – Ma tu come le sai tutte queste cose? Te la fai anche con le minorenni, adesso? – Non me la faccio con lei. E lei, invece, che di tanto in tanto accetta di farsela con me. E’ di buona famiglia, parecchi quattrini dietro, ha carattere e sa quel che vuole. La sicurezza del denaro puo’ fare miracoli, sapete. Da’ personalita’ a chiunque. Ma questa ragazzina e’ speciale aldila’ del danaro. Non si fa rigirare dai maschi, se li rigira. Non si da’: prende a prestito. Ci ho provato a domarla, macche’, non c’e’ stato verso! L’ho scoperta, e afferrata al volo, dagli Antonini, proprio mentre si esibiva in uno dei suoi numeri. Ascolta, le ho detto, un tipo come te vale la pena di conoscerlo bene, con calma: che ne dici se ne parliamo altrove? Mi ha guardato e ha detto: se vuoi… allora ce la spassiamo insieme un paio di volte al mese, quando e’ libera e disponibile e io sono libero e ho soggetti non proprio mostruosi da proporle. Perche’ sia chiaro, la piccola non va con tutti. Va con tutti quelli che vanno da lei! Ci concedemmo una risatina cinica ciascuno. Non costava niente e faceva bene alla nostra immagine di scafati senza cuore. – Ma questa ragazzina allora e’ un fenomeno! – esclamai d’impeto, dimenticando che ufficialmente ero del partito degli scettici. – Sfotti, sfotti, – borbotto’ Giovanni tutto preso dal suo stesso racconto. – Ma quando la vedrai… – Perche’? la si puo’ vedere? – Vedere? Toccare, altro che vedere! Basta telefonarle. Se e’ in vena ci rivoltera’ come tanti pedalini. Ci guardammo in faccia l’un l’altro. Se era un bluff valeva la pena di vederlo. Anzi, non costava proprio niente vederlo. A quel punto il solo Giovanni poteva perderci la faccia. – Cazzo! Che aspetti a telefonarle allora? Alza le chiappa e provaci! Giovanni tento’ di schernirsi. – Ehi! Attenti! Mica ho detto che e’ sempre disponibile… – Neppure noi l’abbiamo detto. Ti abbiamo chiesto solo di provarci. Esito’ un attimo e fu gia’ troppo. Lanciandogli alcuni insulti, e imprecando felicemente, lo costringemmo ad alzarsi e ad andare al telefono. Telefono’. – Pronto, Italia? – fece. – Sono Giovanni. Ciao. Come va? Vorrei venirti a trovare. Hai da dedicarmi un po’ del tuo tempo? Si’, sai, ci sono qui quattro amici miei che vorrebbero conoscerti… manno’, stai tranquilla, sono tipi in gamba, non si sono fatte idee, gliel’ho detto che non sei una puttana, hanno capito tutto, tranquilla… gli ho parlato a lungo di te, sanno tutto delle tue doti, e ne sono semplicemente entusiasti… ti garantisco, gente seria… bei fichi, proprio, in gamba… allora? Dall’altra parte dovette arrivare la risposta giusta perche’ Giovanni si illumino’ e noi con lui. Si salutarono e riattacco’. – E’ fatta, – disse fregandosi le mani. – E voi che non ci volevate credere. Non ci credevamo ancora, se era per questo. Ma per motivi opposti a prima. Prima eravamo scettici che desideravano credere. Ora eravamo creduli che temevano di poter essere delusi. Unico conforto il palese trionfo di Giovanni. Si era esposto troppo ed era troppo felice per non essere in grado di mantenere almeno meta’ delle sue promesse. Non gli demmo tempo di pavoneggiarsi. Ci precipitammo verso l’auto di Mario e tempo un minuto eravamo ammucchiati dentro procedendo come pazzi. Mario guidava in modo indegno e ci sbatacchiava di qua e di la’ come tuorli d’uovo in uno zabaione, obbligandoci a subire una specie di masturbazione indiretta che rischiava di portarci alla meta gia’ con le mutande sporche e un sacco piu’ leggeri. Lo sbatacchiamento pero’ dopo un pochino ci irrito’ alquanto e cosi’ iniziammo a prendercela l’un con l’altro; o meglio, iniziarono a prendersela con me, dato che ero l’unico con vicissitudini “familiari” recenti da utilizzare. – E’ vero che la tua ragazza ti ha lasciato perche’ non ti si rizzava piu’? – Affanculo, Riccardo. – Mi sa che e’ vero. – Riccardo, affanculo. Non insistette. Non lui. Ghigno’ di irrisione e si rimise quieto. Marco, che mi stava di fianco, poggio’ la mano sulla patta dei pantaloni e fece finta di tastare. – Niente, – affermo’. – Non si tocca niente. Non c’e’ niente! Scansai la mano. Lo estrassi. Moscio. Vergognosamente moscio, ma sempre imponente pero’. Un bel cazzone. Di sicuro il piu’ grosso tra tutti e cinque. Almeno cosi’ credevo. – Qualcosa c’e’. Lo vedete che c’e'? Vedevano. E si rodevano. Valeva quanto un paio degli altri e di quelli buoni, non un semplice paio di cazzetti qualsiasi. Cos’i’ com’era, mezzo moscio, raggiungeva i quindici centimetri, un salciccione tremendo. In stato completo di erezione poi, dato che era uno di quelli che crescono molto, superava i venticinque. – Ma metti via! Che schifo! Decisi di infierire, di mostrare loro qualcosa di notevole. – Scommettete? – chiesi. – Cosa? – Che sono in grado di intostarlo prima di ognuno di voi? E comunque prima che siano trascorsi una decina di secondi? Silenzio. – Non dategli retta, – intervenne l’autista. – Bleffa. – In cinque secondi e’ duro! – Bleffi, amico. – Tirate fuori i cazzi, allora, stronzi! Silenzio. Erano compromessi ormai. Dovevano tirare fuori i cazzi, e li tirarono. Tutti ben dotati, naturale. Non li avrebbero tenuti nel giro altrimenti. Ma niente a che vedere col mio. Il mio era di un’altra categoria. – Pure tu, Mario. – Cazzo! Sto guidando! – Accosta ed estrai l’uccello. Lo dissi in tono duro, tono che non ammetteva repliche. Il tono, per dire, o accosti, o ammetti di essere frocio. Accosto’. Accosto’ ed estrasse l’uccello. Eravamo tutti pronti. Le mani iniziarono ad andare. Lasciai che se lo lisciassero. Era giusto dar loro l’opportunita’ di fare bella figura. Non la fecero. I cazzi ingrossarono, ma molto, troppo lentamente. – Ehi! – propose Riccardo ridendo. – Apriamo gli sportelli. Puo’ essere che diamo a qualche fica di passaggio l’occasione di lustrarsi gli occhi. Cercava di tirarsi su, poverino, di crearsi situazioni mentali suggestive. Non gli diedi il tempo di completare l’operazione. Schioccai le dita e il pisellone svetto oltre quota 25, duro, bello, orgoglioso, arrogante. Le mani si fermarono. – Cazzo! – esclamarono all’unisono. Era proprio il caso di dirlo. I cosi sparirono mortificati. Il mio resto’ in vista. Troppo bello e maestoso, troppo duro e indocile per poterlo mettere via. Mario riparti’. – Non avrai intenzione di presentarti cosi’, spero. – Proprio cosi’, – risposi. – Voglio farti fare una figura con i controfiocchi. – Dai, non scherzare! Fai sparire quell’aggeggio. – Una parola farlo sparire! Non c’e’ piu’ posto per lui nei calzoni. – Dategli una martellata sopra, fategli abbassare la testa. Misi via l’uccello. Procedemmo in silenzio. Loro mi fissavano storto. Erano invidiosi, anche se non volevano darlo a vedere. Me n’infischiai. Erano stati loro a cominciare. Se non mi avessero stuzzicato non mi sarei mai sognato di pavoneggiarmi con le qualita’ del mio arnese. Cazzo pretendevano, dunque? Andammo, dunque. Mario ci guido’ verso sud e arresto’ l’auto sotto un gigantesco condominio di dieci piani, scrostato e povero. Niente danaro in quel condominio. Edificio per impiegati, operai e piccoli commercianti. Lo fissammo perplessi. – La pollastrella vive sola, – spiego’ Mario. – E’ un tipo indipendente, cerca di vivere con i suoi mezzi. E poi qui gli viene piu’ comodo per i suoi traffici. Salimmo. Ultimo piano. Un’attichetto scalcinato per arrivare al quale ci volle un’eternita’ di ascensore, stretto e squallido. Non badammo, noi abituati al lusso di un giro di fiche annoiate e danarose, allo squallore. Eravamo troppo ansiosi di conoscere quella specie di portento che Mario ci aveva promesso. Ci apri’ la pollastra e, Gesu’! aveva veramente sedici anni ed era pure graziosa. Sedici anni e due tette che levati! Anche il resto era all’altezza. Tipo solido, ben piantato… il tipo che ti dava la sensazione di reggere benissimo i cazzi. Anzi, il tipo fatto apposta per reggere parecchi cazzi, quella a cui piaceva e che ne aveva le possibilita’ fisiche. Piccolina, ma robusta. Sensuale, ma senza volgarita’. Una manna dal cielo! Mi fu subito simpatica. Non era una zozzetta qualsiasi. C’era un che di brioso, di intelligente persino, sul suo viso. E anche di gentile. Pero’ le piacevano i maschi e non aveva alcuna intenzione di nasconderlo (la classica puttana di buon cuore!). Non lo nascose. Ammicco’ in direzione di Mario, sorrise ed esclamo’ giuliva: – Uhei! proprio carini i tuoi amici! Non si metteva soggezione mica. Un po’ il carattere, un po’ l’eta’, eccola la’ davanti a noi, tutta di fuori, vogliosa e giuliva. Beh! se non si hanno particolari problemi, sedici anni e’ l’eta’ adatta per fare certe cose nel modo giusto. Cioe’ con noncuranza e traendone il massimo del sugo. Non ci sono barriere, sufficienti sensi di colpa, immagini sociali e ruoli da difendere. Se si ha voglia di aprire le coscie le si apre e via, con chiunque, in qualunque situazione! Vi e’ un manipolo di maschi che sbava dalla voglia di toglierti le mutande? Bene, se ne hai anche tu voglia, non vai tanto per il sottile, te le fai togliere quelle benedette mutande e al diavolo quello che ne possono pensare il fidanzatino, i genitori, i compagni di classe, tuo fratello, o gli amici conosciuti durante le vacanze estive. Te ne infischi altamente di tutti loro. In quel momento ci sei tu e il tuo desiderio, il piacere che la situazione ti promette. Il resto sono solo fantasmi, anzi incubi, costruiti apposta per impedirti di fare quello che vuoi, che puoi e ti e’ utile: quello che puo’ darti la soddisfazione a cui pensi di avere diritto. Dopo invece, dopo i venti anni, non e’ piu’ la stessa cosa. Dopo intervengono altri fattori, altri modi di essere. E’ possibile attenere altrettanto e piu’ piacere, ma tramite altri meccanismi, per altri scopi, altri motivi e altri mezzi; mai, comunque, con la medesima spontaneita’. Tuttavia se si ha avuto la fortuna di combinarne di cotte e di crude a quell’eta’, il resto delle gioie che riserva la vita sara’ meglio gustato. Non si andra’ piu’ a caccia di sesso con la bava alla bocca. Chi esagera prima dei vent’anni, si moderera’ senz’altro intorno ai quaranta. Ha avuto la sua parte, non disperera’ di poter fare il pieno di quello che gli spetta! La piccola, adolescente inquieta, prometteva di essere speciale. Speciale anche nell’esagerazione. Un poco perche’ portata agli uomini. Un poco perche’ porca di natura. Ci fece accomodare. Ci accomodammo. – Ho parlato loro della tua specialita’, – disse Mario senza por tempo in mezzo. – Ne sono semplicemente entusiasti. Ci concesse la soddisfazione di arrossire lievemente e di abbassare gli occhi. Gradimmo. Gradimmo molto. E lei gradi’ il nostro gradimento. – Naturalmente non gli ho detto tutto, – continuo’ Mario imperterrito, che sapeva come trattare la piccola. – Avrei tolto loro il piacere di scoprirlo da soli. Questa volta la giovincella ridacchio’. Si mordicchio’ le labbra e volse lo sguardo da un’altra parte. Gradimmo anche questo. Il divertimento e l’imbarazzo insieme. Spregiudicata ma non cinica; puttana ma non spudorata. Cosa potevamo desiderare di piu’? Credo che fossimo gia’ pronti per due terzi, a quel punto, considerato che io lo ero al cento per cento. Marco, che era il piu’ impetuoso, porto’ le mani alla patta e accenno’ a slacciarsi. Lei ebbe un moto di indignazione. – Non sono mica una prostituta! – esclamo’ alzandosi. Una cosa erano i convenevoli, altre le vie di fatto. Mi allarmai. Per quel cazzo d’uomo la preda rischiava di sfuggirci… Anche io mi alzai. Le andai vicino. Lei mi fisso’ diffidente e corrucciata. – Guarda, – le sussurrai all’orecchia, – che se avessi minimamente pensato che tu fossi una di quelle neppure con le catene mi avrebbero potuto trascinare fino da te. Continuo’ a fissarmi corrucciata, ma un po’ meno diffidente. Capii che stava mollando. Avevo detto quel che pensavo e lei aveva avvertito che dicevo il vero. – E’ che nessuno di noi sa come comportarsi, – aggiunsi mentendo spudoratamente. – Vorremmo che ci aiutassi. Funziono’. Sfarfallo’ con le ciglia. Fece musetto. In risposta l’abbracciai, la strinsi, e le infilai la lingua in bocca. Meglio profittarne, pensavo, prima che in quella bocca ci transitasse tutto un esercito. Allora non gliel’avrei fatta a baciarla e non avrei saputo come baciava. Baciava bene. Con tutta se’ stessa. Me era il tipo che deva sempre, in tutto, tutta se’ stessa. Non era quella che si da’ un po’ a tutti, ma quella che si offre tutta quanta a ciascuno. Fossero pure stati in cento i maschi, ognuno di loro l’avrebbe avuta totalmente, integralmente. Completamente. Non era il tipo che si risparmiava. In ogni occasione si dava senza riserve. Anche solo baciando. Divenne molle. Aderi’ tutta. Un bacio umido, dolce, sospirato. Dovetti reggerla. Gli altri quattro si fecero avanti. Quando si senti’ afferrare dalle loro mani, ancora attaccata alla mia bocca, mugolo’. Un lungo mugolio disperato. Si sciolse bruscamente dall’abbraccio e allontano’ le mani. – Niente scopare, – dichiaro’. – Chiaro? – Lo sanno, Italia, – intervenne Mario. – Gliel’ho detto. Lei l’ignoro’. – State lontani dalla fica, va bene? Giurammo. Avevamo tutto il resto a disposizione. Era piu’ che abbastanza. – Adesso pero’ ho voglia di una doccia. Se permettete… Permettevamo, eccome! Ne avevamo bisogno tutti col caldo che faceva e con la sauna della macchina di Mario. Il bagno era grande, per fortuna. Ci entravamo tutti. Lei accetto’ di giocare con noi e la mettemmo in mezzo, le togliemmo gli abiti, ce li togliemmo e la sbaciucchiammo. Fu facile spogliarla. Sotto la magliettina di cotone non portava nulla. Quando glil’alzammo sopra la testa e apparvero le sisone in tutto il loro splendore, un “ohooo!” collettivo di meraviglia inondo’ il bagno. Seni tondi come meloni e grossi come cocomeri. Sodi, bianchi, magnifici. Aureole enormi e capezzoli come fragole. Una meraviglia della natura. Qualcosa di ineguagliabile, da favoleggiarci sopra per anni. Lasciammo stare la maglietta, sfilata solo per meta’, e afferrammo le tette a piene mani. Lei resto’ indifesa, le braccia alzate, imprigionate dalla maglietta. Inizio’ a protestare. Solo pochi secondi di indignazione. Le proteste si trasformarono in gemiti soffocati, e poi in lamenti. Giovanni da una parte, io dall’altra le titillavamo i capezzoli con la lingua. Afferravamole tette a pieni mani, le strizzavamo e ci davamo dentro con la bocca. Gli altri pastrugnavano dove e come potevano ansimando di libidine. La ragazza armeggio’ con le braccia e si libero’ da sola della maglietta. Afferro’ le nostre teste, la mia e quella di Giovanni e se le strinse al petto. Sospiro’. Si inarco’ e disse: ancora! – Ti piacciono i maschi, eh? – le mormorai in un orecchio. Sentivo il cazzo farsi cosi’ duro che pareva dovesse esplodere. Lei si giro’ e mi lappo’ le labbra, le sfioro’ con le sue. – Mi piacciono i cazzi, – corresse (e ammise). – E anche la roba che ti sanno dare. La liberai della gonna. Fremette. – No! – disse mentre iniziavo a fare la medesima cosa con le mutande. Con le mutande voleva fare da sola. Ci invito’ a scostarci un attimo. la contentammo. Lei ci fisso’ ad uno ad uno con intenzione, gli occhi pieni di promesse, luminosi di eccitazione e di orgoglio, infilo’ i pollici nell’elastico e giu’, mostro’ la fica. Un cespuglietto tenero e contenuto, bello, delicato, da commuoversi fino alle lacrime. Era eccezionale dappertutto la tipa, una femmina magnifica, da desiderare di morirci sopra scopandola. Entro’ subito nella doccia. Giovanni, il piu’ fortunato, la segui’. Loro si lavarono, noialtri quattro ce lo menammo. – Fate i bravi, – ammoni’ da dentro la doccia, mentre Giovanni se la palpava di gusto e glielo strofinava tra le natiche (natiche opulente, adeguate all’abbondanza delle tette). – Non esagerate con quei cosi. Non vorrei che tutta la buona roba che hanno dentro andasse sprecata. Lasciammo perdere di menarcelo. Anche se, occorre ammetterlo, solo a guardarla era impossibile non esagerare. Giovanni fu cacciato dalla doccia e fu il mio turno di entrarvi. Vi entrai. Ma non per lavarmi. Per infilarglielo tra le coscie e tenermi aggrappato alle tette. Lei protesto’, strinse le coscie e rise. Me lo insapono’, lo sciacquo’ col braccio della doccia e mi spinse fuori. Lavo’ cosi’ anche gli altri. Usci’ dalla doccia. – Asciugatemi – ordino’ alzando le braccia e offrendo il corpo. Non ci facemmo pregare. Per un minuto fu tutto un mulinare di asciugamani, di ansiti e di espressioni irruenti. Poi lei, con garbo, come era d’obbligo in quei casi, e con la distinzione necessaria, ma anche con l’intensita’ che si addice a una donna di gusto e di temperamento, afferro’ due di noi per i cazzi e ci guido’ tutti in camera da letto. A quel punto estrasse il meglio da se’. Si dimostro’ degna d’una gran puttana. La medesima disinvoltura. Solo che lei era una porca per davvero, per vocazione, non per mestiere. – Su, mettetevi in fila, – dispose. La voce le tremo’. Capii che la disinvoltura era voluta, piu’ che autentica. Dentro bolliva come una pentola a pressione. Peccato non poterlo constatare direttamente (la fica era preclusa). Ci mettemmo in fila. Si inginocchio’. Comincio’ da destra verso sinistra. Io ero l’ultimo. Imbocco’ il primo. Se lo succhio’ per bene un paio di minuti, tenendolo fermo dentro, le guance incavate, la lingua che impazziva. Quando si accorse di averlo riscaldato al punto giusto lo lascio’ perdere. Guardo’ verso l’alto, verso il proprietario e rise compiaciuta. Poso’ un ultimo bacio sulla punta e passo’ al seguente. Un lavoro piu’ complicato, questa volta. Tutto di lingua, torno torno alla cappella e all’asta. Anche il terzo ebbe un lavoretto tutto suo. Lei afferro’ l’uccello e se lo passo’, quasi fosse un bastoncino di rossetto, sulle labbra imbronciate. Ogni tanto lo punzecchiava con piccoli colpetti di lingua. Era palesemente esperta in quel generi di attivita’. Conosceva ogni trucco, ogni espediente. I cazzi, sotto le sue cure, risorgevano all’istante e puntavano dritti verso il cielo come cannoni pronti a sparare. Nonostante i sedici anni doveva avere una larga esperienza. Non era pero’ l’abilita’ a colpirci, quella la potevamo avere da qualunque mercenaria, ma la passione e l’impegno. Se la godeva un mondo nel farci quei lavori, ci si dedicava con tutta se’ stessa. Il suo piacere era senza riserve. Con il penultimo torno’ ad infornarlo nella boccuccia (si fa per dire). Lo succhio’ un pochino e poi lo spinse, gia’ bello duro, contro le guance. Da una parte e dall’altra, da una parte e dall’altra, piu’ volte. Il cazzo le deformava deliziosamente il visino e la cappella, spinta con forza e spasimante, pareva poter attraversare il morbidume delle guance e uscire fuori trionfante, eruttante, felice. Tocco’ a me. Da quando aveva iniziato il gioco in serie parlo’ per la prima volta. – Tu sei il piu’ porco, – affermo’ sicura. Sorrise e mi diede una slinguata tremenda. Aveva ragione, lo confesso. Lo ero. Anzi, l’unico vero porco. Gli altri erano solo buoni stalloni. Profittatori del sesso. Ci vivevano, loro, col sesso. Io vivevo per il sesso. O meglio, per le donne. Per dimostrarmelo che ero il piu’ porco di tutti e che meritavo un trattamento speciale, se lo strofino’ sulla faccia. Poi scese lungo la canna fino ai coglioni e ne inspiro’ l’odore. – Buono, – affermo’ con altrettanta sicurezza. – E’ il piu’ buono. Era anche il piu’ grosso e lungo, se per questo. Ma non lo disse. Sarebbe stata una banalita’. La cosa era evidente di per se’. Riprese a strofinarlo. Se l’infilo’ nelle orecchie, finse di volerlo nel naso… estrasse la lingua e vi poggio’ sopra il cazzo. – Vuoi venirmi cosi’? – chiese. – Ti piace? L’afferrai per i capelli e la tirai su. La baciai ancora. Torno’ ad aderire come prima. Solo che stavolta l’avevo nuda contro, contro me nudo, e la sentivo tutta. Tutta per me. Anche lei mi sentiva tutto. Stava schiacciato tra di noi e le arrivava all’altezza delle tette. Mi getto’ le braccia al collo e si sollevo’. La tenni per il culo. Il cazzo incontro’ la fica e si irrigidi’ ulteriormente. – No! – sussurro’ piano all’orecchia. – No, eh? – Ti si puo’ leccare, almeno? Rispose baciandomi. Quando si stacco’ ansimava. Sembrava un mantice. – Ohoo! – mormoro’ rapita. – Mi piace! Mi piace! Mi piace avere tanti maschi intorno eccitati per me. E’ una cosa che mi manda fuori con la testa. – L’abbiamo capito, – risposi. – Mi farei scopare per giorni e giorni, per settimane se potessi. Mi impedi’ di replicare tappandomi ancora la bocca con la sua. Si stacco’ ancora. Aveva gli occhi lucidi e un’espressione intensa. – Si’, puoi leccarmi, – concesse. – Ma mi dovrai anche baciare sopra… sulla bocca… dopo… dopo che mi avrete riempito con la vostra roba. – Ehi! – feci. Fortuna che continuava a parlarmi piano e nell’orecchio. Capi’ al volo. Conosceva abbastanza gli uomini e i loro pregiudizi per sapersi regolare. – Io andro’ di la’, al bagno, alla fine – continuo’, sempre sussurrando. – Vienimi dietro, non ci vedra’ nessuno. – Ehi! – insistetti. – Di’, ti va? lo farai? Non risposi. Ignoravo se mi andasse. Quanto a farlo potevo solo provarci. Si sarebbe visto se sarei riuscito. Il mio silenzio, che denunciava la mia incertezza, comunque le basto’. Si sciolse dall’abbraccio e ando’ a sistemarsi sul letto. Di sponda. I piedi poggiati in terra, le coscie larghe, il pube in bella mostra. Un paio di grossi cuscini (gia’ predisposti) sotto le spalle le tenevano la bocca all’altezza giusta. Era pronta per noi. Scelse i due che doveva servire per primi e spalanco’ ulteriormente le coscie. – Non volevi leccarmi? – chiese guardandomi sfrontatamente. Non mi feci pregare. Andai a dargli una bella slinguata. Come immaginavo era bagnata. Bagnatissima. Fradicia. Sembrava si fosse pisciata sotto. Anche l’alto delle coscie aveva umido. Gesu’! doveva essere gia’ venuta almeno un paio di volte e noi non c’eravamo accorti di nulla. La leccai. Gran colpi di lingua, tipo cane che lappa, e la feci torcere per bene. Poi avvertii che li’ in alto stavano concludendo e alzai la testa. La ragazzina inizio’ a gemere come una disperata. Piu’ che gemere sembrava piangesse. Tutta ansia della loro roba, non altro. Li teneva accostati ai due angoli della bocca e li lavorava vorticosamente di lingua, labbra e mano. Di colpo l’ingolfo’ entrambi. Immaginai la lingua dentro che continuava ad andare. Le mani invece, strette intorno ai cazzi, non c’era bisogno di immaginarle. Svolgevano un’attivita’ ritmica incessante, regolare e a tratti violenta. I maschi si inarcarono. Vennero. Fu un diluvio devastante che le allago’ la bocca. La glottide intervenne per aiutare con contrazioni adeguate. Degluti’, degluti’, degluti’. Esattamente come Giovanni aveva promesso avrebbe fatto: inghiotti’ tutto. Neppure una goccia, un rivolo le usci’ dalle labbra. Fummo noialtri tre a gemere ora, di voglia e di disperazione. Non potevamo piu’ aspettare. Bisognava che anche noi ricevessimo il medesimo trattamento. La ragazzina concluse il lavoro, degluti’ un’ultima volta e si tolse i sessi di bocca. Continuo’ a lapparli gentilmente. Le ultime gocce. Forse quelle che le davamo piu’ soddisfazione. Aveva la lingua completamente impastata. La mostro’ e rise. Scanso’ i maschi spremuti e ne chiese altri due. Non dovette ripeterlo; ne’ ci fu bisogno che si affannasse a spremerli. Erano gia’ pronti. – Porconi! – esclamo’, ma contenta per la voglia di lei che quell’essere pronti dimostrava; o forse solo avida di bere altro sperma. – Avete fatto tutto da soli! Infatti. I due si accostarono alla bocca e vennero. Io tornai giu’, tornai alla fica. La trovai ancora piu’ umida. La porca era venuta un’altra volta. Una femmina straordinaria era, e di tempra, nonostante l’eta’. Capace di orgasmi a ripetizione e di venirsene, per di piu’, senza una smorfia, senza niente. Allungai una mano per sentirle i battiti del cuore. Pulsazioni all’impazzata. Era proprio venuta. Pensai che, magari, era una di quelle che se ne andavano in giro con le famose palline giapponesi infilate nella fica ed era allenata a dissimulare, tanto allenata da farlo senza sforzo, poiche’ otteneva orgasmi paurosi continui durante tutto l’arco della giornata, ovunque capitasse. Queste tipe, costrette a controllarsi, imparano presto a starsene composte, compostissime, anche se la fica e’ in subbuglio, sbava, fa le smorfie, squittisce (da brava topina) e le infradicia ben presto tutto l’assorbente. Le padrone invece niente, impassibili. Lo sguardo fisso perduto, le iridi dilatate e null’altro. Nessuno potrebbe sospettare quello che, sotto, sta succedendo. E d’altra parte, chi bada a una faccia distratta, o una espressione intensa, o sognante? Se ne vedevano tante in giro! Facce ebeti stordite ad ogni angolo della strada! Chissa’ se le vergine potevano adoperarle quelle palline? La sorcetta, stimolata dalla mia lingua, inizio’ a muovere dolcemente i fianchi, un’onda leggera che veniva a bagnarmi il viso, che cercava un contatto piu’ intimo con la mia bocca. Quel primo segnale esplicito di gradimento produsse un effetto micidiale sul mio arnese. Divenne cosi’ duro che parve indolenzirsi. Il peggio pero’ era pensare a quei due sopra che la rimpinzavano felicemente della loro roba; e lei che se ne rimpinzava e miagolava, lappava e gemeva, e mandava giu’, mandava giu’… Sentii che stavo per esplodere anch’io. Mi alzai. Lei era arrivata alla fase finale, con quei due. La fase in cui, fuori dalla bocca, li lambiva a turno, spremendo forte con i palmi per averne le ultime gocce. Mi vide e mi fece cenno con gli occhi, come per dire: aspetta. Attesi. Completo’ il lavoro con i maschi, si sollevo’ e mi pese per le braccia. Rovescio’ la testa all’indietro e apri’ la bocca. Non aveva mandato giu’ tutto questa volta, come credevo. Aveva fatto in modo che qualcosa le restasse sulle guance, sulle labbra e, dentro, una piccola pozza perlacea. Chiuse gli occhi. Mi attiro’ a se’. Poggio’ la faccia sul mio petto, il cazzo gia’ vibrante nella sua mano. Sospiro’. Torno’ a rovesciare la testa. Qui, davanti a tutti, sembro’ pregare. Pregare e sfidare. Intanto la mano stringeva, stringeva… stringeva sempre piu’ forte. Era troppo. Troppo caricato e troppo allettato dal suo desiderio. Lo capi’ anche lei e decise di spezzare le mie ultime resistenze. Sali’ con un braccio e mi allaccio’ alla nuca. Si tiro’ su, sempre piu’ su, finche’ le nostre bocche furono alla medesima altezza. Sospiro’ ancora dolcemente. Al seguito della sua una dolcezza infinita mi pervase. Scordai gli altri, i loro ghigni, i pregiudizi. C’era solo una femmina in calore davanti a me, solo lei contava. Una femmina che era un bocciolo di rosa, tutta da scoprire. Una femmina e il suo capriccio, un gioco. Iniziai a venire proprio nel momento in cui le nostre labbra si incollarono. Nel momento in cui sentii le sue imbrattate e scivolose, e il sapore aspro composito del seme. Lei mi rovescio’ di lato sul letto e poi, supina, mi aderi’ sopra. La sua bocca allora scolo’ nella mia e le lingue si agitarono, l’una dono’, l’altra ricevette. Il gioco continuo’ finche’ ebbe gocce di piacere da offrire. Allora si stacco’ e scese con la bocca verso l’orecchio. – Non mandare giu’, – imploro’ mentre faceva andare i fianchi e strofinava la fica sulla mia coscia. – Non lo sputare. Non subito. Tienilo in bocca un po’, solo un po’. Io continuavo a venire e l’ascoltavo da lontano. Dentro tremavo. Credevo che non avrei mai piu’ smesso di fiottare, di contrarmi, di genere. Credevo che avrei continuato fino all’esaurimento di me stesso, fino alla sincope. Invece smisi. Cioe’ il pisello continuo’ a contrarsi, ma senza piu’ schizzare roba. Poi anche le contrazioni si attenuarono e avvertii che iniziava lei. Il suo orgasmo. Un vero orgasmo. Non le venute leggere e controllate di prima, ma il tumulto di gemiti, torcimenti, braccia agitate scomposte a cui ero abituato. – Bevi! Bevi! – ruggi’. – Manda giu’ tutto, succhiami la lingua! Me l’infilo’ in bocca ed io tenni le labbra serrate per sentirla, per imprigionarla e tornare a scambiare con lei cio’ che mi aveva donato. Ancora qualche secondo e lei non capi’ piu’ nulla, fu sopraffatta dal piacere. Si inarco’, grido’, invoco’ la Madonna, si agito’ alquanto e ricadde sul petto, svenuta. La misi di lato. I maschi mi guardavano. Ghignavano. – Siete capaci voi di farla venire cosi’, una donna? E senza schiaffarglielo dentro? – chiesi piccato. I ghigni scomparvero. Sulle facce dispetto e rancore. Mi odiavano, decisi. Dopo l’esibizione nella macchina, e quest’ultima faccenda, non erano piu’ miei amici. Avrei dovuto guardarmi da loro. Avrebbero finto di esserlo ancora, ma sotto sotto, alla prima occasione… La prima certamente sarebbe stata quella di profittare di cio’ che era appena successo per sputtanarmi pubblicamente. Me n’infischiavo. Su quel piano contava esclusivamente l’opinione delle fiche intelligenti. E loro non si sarebbero formalizzate per questo. Anzi, mi avrebbero sentito piu’ vicino, piu’ disponibile, piu’ aperto verso i loro capricci e i loro problemi. Senza contare che non era la prima volta che avevo a che fare con lo sperma maschile, e probabilmente non sarebbe stata l’ultima; perche’ ero abbastanza maschio da preoccuparmi per la parte di me che non lo era; e abbastanza furbo da profittare di tutte le occasioni che la vita offriva (e certo quella che mi aveva offerta la ragazza era una delle piu’ formidabili!). Andai in bagno a prendere un asciugamani, lo inumidii e lo posi sulla fronte della pulzella. Apri’ immediatamente gli occhi. – Ohoo! – fece voluttuosa stiracchiandosi. – Ne avevo sentito parlare, ma non mi era mai successo. Andammo a rinfrescarci. mentre ero piegato sul lavabo e mi sciacquavo la bocca, Riccardo penso’ bene di poggiarmelo di dietro. Mi voltai di scatto. Gli puntai due dita contro il petto. Per quanto l’avessi gia’ preso in quel posto era una cosa che mi dava sempre fastidio, tanto piu’ se fatta per sfottere. – Attento, eh? Non fare troppo lo spiritoso! Volle atteggiarsi a duro. Rise con superiorita’. – Niente spirito. Credevo ti piacesse. – Beh, hai creduto male. Ora lo sai, percio’ non ci riprovare piu’. – Ehi! Ora ti atteggi a verginello, ma lo sanno tutti che alcuni mesi fa te lo sei fatto rompere di brutto! – E sanno anche cosa e’ successo a chi ha cercato di infilarmelo senza chiedermi il permesso? – Ohooo! Sentitelo il maschione! Ma a chi credi di far paura? Italia si interpose. – Ehi! I galletti dovete farli con me, non tra di voi. Sorrise. – davvero ti sei fatto inculare? Lei non disprezzava, lei. Era solo curiosa. Ed eccitata. – Si trattava di una donna, – ammisi. – Ed io non rifiuto mai niente a una donna. Beh, era la verita’, anche se non tutta la verita’. Omisi, per carita’ di patria, il bis in casa della bionda lesbica, quando non solo lei mi rifece il servizio, ma pure un paio di maschietti. Italia si alzo’ sulla punta dei piedi e mi bacio’. Un bacio in punta di labbra, casto, dolce dolce. Ero l’unico che avesse baciato, e continuava a farlo. Ci provava gusto, evidentemente. Le piaceva la mia bocca. – Sei un gentiluomo, tu, – biascico’ leccandomi le labbra. – Un tipo a posto. Gli altri sghignazzarono. Ora si che li avevo veramente contro! Un’altra lappatina in piena bocca. – Adesso ci penso io, – mormoro’. – Tranquillo. Si volse ai quattro. Mostro’ le sise. – Che ne dite? Vi andrebbe? La faccenda delle tette provoco’ una pacificazione immediata. La piccola fu sollevata e portata di peso di la’. Le gettammo sul letto. Lei grido’, rimbalzo’, grido’ ancora e rise. Riccardo che l’aveva gia’ mezzo duro le ando’ a cavalcioni sul petto. Glielo infilo’ in mezzo alle sisone. Lei le accosto’ con le mani, lo imprigiono’ con forza dentro e l’invito’ ad andare. – Dai, scopale! Fottimi le tette! L’anima ci si rizzo’ a tutti quanti. Era proprio il linguaggio che ci voleva. La sapeva lunga, la piccola. Ma le veniva anche naturale. Le veniva bene essere spudorata perche’ la sapeva lunga e perche’ le veniva spontaneo: Il meglio per mandare su di giri noi porconi assatanati di sesso. – Nessuno vuole il mio culo? – Incalzo’ lei. – Non e’ tabu’, sapete. Se lo volevamo! Lo volevamo piu’ di ogni altra cosa al mondo. Riccardo stesso, che aveva trovato quel buon posto, fu distratto dalla diversione e lascio’ la presa. Ci precipitammo a metterla accucciata, come la cagna che era e cominciammo a incularla uno dietro l’altro. A me tocco’ il terzo turno. Mi ritenni fortunato. Lubrificata a perfezione, non feci fatica ad entrare. La sborra colava giu’, ma a me non importava un fico. Mi importava solo di sentirmela sotto fremente, vogliosa, che incitava ad andare, a sfondarla, a farla godere, come avevano gia’ fatto gli altri. La feci godere. La facemmo godere. Come meritava e come ci aveva chiesto. Quando l’ultimo fini, il primo era nuovamente pronto, nuovamente su di giri. Quella puttanella ci faceva ammattire con le sue moine. Lasciammo perdere il culo e ritornammo dalle tette. Com’era giusto tocco’ a Riccardo iniziare il nuovo gioco. – Succhiamelo, – pretese lui. – Vieni avanti con la bocca. Lei l’accontento’. Glielo succhio’ con la passione e la maestria che possedeva. Tenne la bocca socchiusa, le labbra molto in fuori, imbronciate, li’ pronte per lui, quando egli inizio’ a far andare il bacino. La bocca incontrava il cazzo e squit! faceva, mentre lei si applicava nel suo rapido risucchio, piu’ un bacio fugace che altro. Essendo la posizione un pochino scomoda, andai a tenerle la testa piegata in avanti. Come forma di ringraziamento mi palpo’ le palle. Anche Giovanni si avvicino’. Lei lascio’ perdere col doppio servizio per Riccardo, a cui restarono le sole tette (tante abbastanza da impedirgli di lamentarsi) e si concentro’ sui nostri cazzi, che sfruttarono le sue mani e la sua bocca. Fu una faccenda lunghissima. Una buona mezzora almeno. Una mezz’ora in cui il piacere fu abbastanza per tenerci allegri e non troppo da indurci a precipitarci verso la conclusione. Non pressata ne’ dalla nostra ansia di ottenere l’orgasmo, ne’ dalla propria, la ragazza pote’ sfoggiare tesori di sapienza e attitudine erotica. Ci cucino’ a fuoco lento, concentrandosi ora su uno, ora sull’altro, stuzzicando Riccardo e poi me e poi Giovanni con sorrisi, slinguamenti, frasi di apprezzamento, gemiti, masturbazioni e incitamenti vari. Anche gli altri due vollero la loro parte (parte in quel gioco). Uno riusci’ a infilarsi sotto e a schiaffarglielo nuovamente di dietro; l’altro si accuccio’ per leccarle la fica. Cosi’ pote’ servirci tutti e cinque contemporaneamente. Al termine di quella lunga mezzora (o fu un’ora?) di bagnomaria le sborrammo quasi all’unisono in bocca, in culo, tra le tette. Anche quello che la lecca l’asperse. Si sollevo’, menandoselo come aveva fatto durante tutto quel tempo, e glielo presento’ davanti alle labbra; cosicche’ ne ebbe tre di getti a cui badare. Se la cavo’ bene. Pasteggio’ con grazia, facendo alla fine musetto e guardandoci a turno con fare superbo e capriccioso. Si lecco’ le labbra. Non mi chiese di baciarla. Capiva che non ero eccitato a sufficienza per farlo volentieri. Troppo spompato. Tutti quanti troppo spompati. – Ne avete abbastanza, eh? – affermo’ contenta. Contenta per averci svuotati per bene ed essere costretti a chiedere tregua. Scherzammo per un po’, battutine insulse, poi ci rivestimmo. Lei torno’ sotto la doccia. Ne aveva proprio bisogno. – Questa vale un Peru’, – commento’ Riccardo. – Ci potrebbe arricchire tutti quanti. – Non ci contare, – replico’ Giovanni prontissimo, e un poco sul duro. – Non e’ il tipo. – C’e’ bisogno che sia il tipo? La facciamo battere e basta. Anzi, per com’e', non ci sara’ bisogno neppure di farglielo sapere. Cerchiamo i maschietti adatti ci facciamo pagare i li portiamo da lei. Orge splendide e goduriose. Quattrini a palate. Giovanni scrollo’ le spalle. – Provaci se ti riesce, IO non ci sto. La ragazza usci’ dal bagno gocciolante. – Andate gia’ via? – Si’, andiamo via. Ma abbiamo intenzione di tornare. Mi si avvicino’. – No, tu non andare, resta. Vuoi? Annuii. Sguardi di odio da parte degli altri. Richiusero la porta incazzati. – Attenta, – l’informai subito. – Hanno brutte intenzioni. Mi tese l’asciugamani. – Aiutami, dai. L’aiutai. Bella carne soda, pelle liscia, fremente anche sotto le carezze dell’asciugamani. – Mi hai sentito? Vogliono prostituirti. Lei sollevo’ un sopracciglio. Rise di gusto. – Quelli, qui, non ci tornano piu’. Neppure Giovanni. – Oh! – feci. – Non per altro. Non mi e’ piaciuto il modo in cui ti hanno trattato. – A me non frega. – A me si, invece. E poi hanno dimostrato di essere dei grandissimi stronzi. Degli stitici. Vogliono prendere senza dare niente in cambio. Con me cosi’ non funziona. Con me, se mi vogliono, devono accettare tutto. Tutto, non solo quello che fa comodo a loro. E se non ne sono capaci, almeno lascino in pace chi invece lo e’. Non commentai. Aveva ragione. C’era solo quella faccenda di prostituirla ad abbisognare di un commento. Ma lo fece lei e il piu’ appropriato. – Davvero pensavano di potermi usare come prostituta? – chiese. – Ci proveranno, stai tranquilla. Rise ancora. – E’ un’idea. Tanti bei maschioni che pagano per farmi godere. Divertentissimo. Non lo trovi divertente? Risposi slacciandomi nuovamente i calzoni. Giu’ anche le mutande. Mostrai l’uccello. – Oh! Oh! – fece. – Sembra proprio che sia divertente l’idea. Mi abbraccio’, si strinse. – Ti andrebbe, eh? Le leccai le labbra. – Vuoi… vuoi che li cerchi io? – Si’, e voglio che tu mi venda a caro prezzo! – Puoi esserne sicura. Mi bacio’. – Pero’ prima e’ necessario fare quella altra cosa insieme, quella che non ho ancora fatto. Mica si puo’ dire a uno che paga, e paga profumatamente, questo si’ e questo no! La gola mi si chiuse. Occristo! esclamai mentalmente. – Bisognera’ sgombrare il passaggio dagli ostacoli prima, no? L’afferrai per le spalle. – Italia, – mormorai ansimante. – Non t’emozionare, non ce n’e’ bisogno. E’ tutta tua, non temere. Non scappa mica. – Gesu’! – dissi. – Mi sei simpatico. Mi sembri un tipo a posto. – Gesu’! – ripetei. Avvicino’ la bocca all’orecchio. – Fammelo, – prego’ con voce calda. – Fammelo subito. Dio! la mollava cosi’, dopo averla negata chissa’ a quanti! – Lo farai? – domando’ ancora, tornando sul pensiero che ci turbava. – Almeno una volta? Mi venderai? Assentii. L’avrei fatto. Una volta, due, tre… – Voglio una dozzina di maschi, almeno una dozzina, che mi scopino; e altrettanti che guardino! Si sarebbe visto. Ogni cosa a tempo debito. Ognuna ha il suo turno per essere fatta. Si aspetta, si aspetta, ma finisce col venire. Ora era il turno di un’altra, una esperienza nuova a me riservata. La mia cosa. Ma anche, e definitivamente, la sua. antonio villanova

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